Corriere della Sera, 19 aprile 2026
Intervista a Marcello Macchia (Maccio Capatonda)
Oggi proviamo a entrare nell’immaginazione di un comico surreale. Marcello Macchia (47 anni, nato a Vasto ma cresciuto a Chieti) ha scelto come nome d’arte Maccio Capatonda, per richiamare il suo calvario. A 14 anni, ha cominciato a perdere i capelli. Nove anni dopo era completamente calvo.
Come l’ha vissuto?
«Quella è una stagione importante di crescita, un momento delicato, provai inutilmente a farmeli ricrescere con strani intrugli, farmaci e pillole. Ho faticato molto a cambiare i no delle ragazze nei miei confronti in un sì. Fu un trauma che minò la mia autostima. Poi divenne un punto di forza».
Com’era da bambino, prima della calvizie?
«Vivace. Ero attratto dalle bambine, avevo una piccola fidanzatina che dopo tre giorni mi disse: facciamo che siamo solo amici. Non capivo, era una formula, l’ho scoperto dopo. La passione per il cinema nacque a 7 anni, vedendo Ritorno al futuro. In quel film ho proiettato il desiderio che mio padre e mia madre si amassero. Marty, il personaggio di Michael J. Fox, torna indietro nel tempo per far amare i genitori che si detestano. La storia della mia famiglia».
Cioè?
«Sono davvero stupito nel constatare che i miei, dopo 46 anni di matrimonio, si odino ancora, forse addirittura più di prima. Litigano su tutto, anche se sia corretto dire portafogli o portafoglio; a volte litigano dicendo la stessa cosa: essendo d’accordo, litigano. Stanno insieme non si sa per quale motivo. I miei genitori sono due comici mancati».
Da piccolo temeva che si lasciassero?
«Non avevo paura: ne avevo terrore. Pensavo, ma io che c’entro? Perché mi avete fatto nascere se non vi amate? Grazie a Ritorno al futuro ho scoperto cosa non volevo fare: vivere nel mondo reale. Ero talmente affascinato da quel film che scrissi una lettera a Michael J.Fox, e mi rispose ringraziandomi, storpiando il mio cognome in Mocchie».
Fa l’attore come rimedio al disagio di casa?
«No, perché l’astio reciproco si trasformava in amore quando era rivolto a me, anche se all’inizio non mi incoraggiarono per questo mestiere. Quella loro è una fantastica storia di odio. A un certo punto volli cercare una mia strada. A 18 anni andai via di casa e mi iscrissi all’università a Perugia. Però oggi dico che mio padre mi ha insegnato tanto, anche cose che non fanno notizia, la cura del corpo, la corretta alimentazione. Da adolescente i miei mi regalarono una telecamera, così nacquero i miei primi sketch, giravo film horror per Chieti».
Quali personaggi inventò in seguito?
«Jim Massew, un personal trainer americano che tiene assurde lezioni di fitness. Il video arrivò alla Gialappa’s che nel 2004 mi propose Mai dire Grande fratello e figli. Via via sono nati gli altri personaggi, padre Maronno è un misto tra un uomo delle caverne, un personaggio di Ciprì e Maresco e mia madre che imita mio padre, Mirkos è la parodia di un cartomante, legge il futuro attraverso i sassolini o il mestolo. Con Mariottide, il cantante triste che racconta il suo fallimento umano alla Fantozzi, conobbi Elisabetta Canalis, con cui lavorai in tv».
E come andò con lei?
«Cominciò una fitta comunicazione epistolare dopo che mi aveva visto. Quando tornò in Italia ci demmo appuntamento in un bar, arrivò con sei ore di ritardo e con quattro assistenti che le portavano il cane, il computer, il trucco e la carta da parati. Dal vivo cambiò tutto. Un suo bodyguard mi disse, devi firmare qui se vuoi continuare a interagire con Eli. Replicai, ma dove sto? Tranquillo, è solo un contratto in cui ti impegni a non rivelare nulla di questo incontro. Ma tutta questa scena surreale era solo nella mia testa, in realtà Elisabetta è super simpatica».
«Sconfort zone», la sua ultima serie tv, com’è nata?
«Volevo mostrare le mie fragilità. Mi sono messo a nudo senza maschere, raccontando una crisi creativa, una ipotetica impasse, un incubo che ho avuto, ma...».
Ma?
Sorride: «È autobiografica al 52 per cento».
Lei è cresciuto con la tv di Berlusconi.
«Scrivevo a tutti, ero compulsivo, anche a Bonolis al tempo di Bim Bum Bam».
A casa ha incorniciato un cono gelato rosso con scritto Variegato all’amarezza.
«Quella non è una mia battuta. In realtà avrei voluto fare il regista di film horror, ho girato Jason a Chieti, volevo far accadere lì tutto quello che non accadeva ma che vedevo nei film. Devo essere grato alla pigrizia della provincia, quella noia è stata il motore della mia fantasia».
Verdone la prese nella serie autobiografica.
«Fu la realizzazione di un sogno. Siamo molto diversi comicamente. Io rappresento il guastafeste, il disturbatore della sua serie. Carlo quando ci siamo conosciuti mi guardava come un matto, invece ero normale, come sono nella vita».
Lei ha 1 milione di follower su Instagram. Come scarica la pressione della popolarità?
«Quando mi fermano mi fa molto piacere, faccio questo lavoro per essere riconosciuto e accettato. Certe volte mi intimidisco, mi imbarazza avere a che fare con qualcuno che non conosco. Non sono molto bravo a interagire con i fan, forse perché non sento di meritarli o forse perché mi conoscono bene e io non so chi siano queste persone. Mi piacerebbe ripetere l’esperienza che ha fatto Bill Murray».
Cosa è successo?
«Un giorno è entrato in un bar e ha detto, vi posso dare una mano e lavorare qui, oggi? Mi piacerebbe assaporare aspetti della vita che mi sono preclusi. Io vivo una vita in cui si sta al gioco continuamente, penso sempre a possibili gag, ho la sensazione di essere staccato dalla realtà».
A parte fare il barista per un giorno...
«Non sono buddhista ma da anni ho intrapreso una ricerca spirituale, frequento corsi di meditazione e ritiri in cui non parlo e non ho cellulare. Poi gioco al Ping pong Wings, in un circolo in via Aurelia, dove devi chiuderti in una bolla per concentrarti, è uno sport meraviglioso per aggregare le persone, e incontro tanti colleghi, Lillo, Pietro Sermonti, Stefano Reali, Massimo Wertmüller... Il problema è che ho un problema con la competizione: non accetto il fatto che quando uno vinca l’altro debba perdere».
Qual è la forma di comunicazione più adatta alla sua generazione?
«Il trailer, dove mi sento libero di esprimermi e rompere le categorie. È come prendere la realtà e concentrarla in pochi fatti salienti, eliminando la fuffa; grazie ai fronzoli formali perfino la cosa più banale e più insulsa può diventare spettacolare».
Lo sa che lei guarda la gente con una strana espressione fissa?
«Forse è dovuto al fatto che nei ritiri insegnano a non reagire in modo impulsivo e il controllo del corpo. Ridere è una cosa seria, si deve farlo solo quando ce n’è veramente motivo. Quanto meno ridete, tanto più senso dell’umorismo avete. La comicità è una lotta contro la realtà e un atto di ribellione verso il mondo dove usi giochi di parole, paradossi».
Lei ha sempre il filtro del video, esibirsi dal vivo?
«A novembre per la prima volta farò una tournée con una mia commedia e una vera compagnia di attori. Si intitola Spettacolo teatrale, racconto il tentativo di fare uno spettacolo appunto da parte di chi ha sempre girato video e film. Insomma la mia storia. Ma non sarà un one man show».
Scrive in un passo della sua autobiografia: un’ultima considerazione, poi devo scappare che c’ho una cena. Chi sono i suoi comici di riferimento?
«Benigni, Troisi, Verdone, Eddie Murphy, Frassica, Corrado Guzzanti».
Qual è la bellezza della maturità?
«Imparare a riperdere il controllo, come quando ero bambino; riscoprire il bambino che è in me».