Corriere della Sera, 19 aprile 2026
Intervista a Gaetano Pecorella
Gaetano Pecorella, 88 anni il 9 maggio, avvocato penalista. Tra meno di 8 mesi saranno quasi 60 anni di professione forense, sempre in prima linea nelle aule di giustizia. Dal 1996 al 2013 è stato in Parlamento eletto nel centrodestra.
«In realtà non è che avessi l’ambizione di fare l’avvocato. Volevo fare lo psichiatra».
E come c’è finito con la toga?
«Mi ero iscritto a medicina, alla vigilia di Natale arrivò il corpo di un poveraccio morto e tutti noi studenti andammo ad assistere alla dissezione. Quando vidi come lo trattavano, che tiravano un nervo per vedere come si muoveva un dito, sentii i commenti che facevano, mi diede molto fastidio. Poi capii che non c’era altro modo di trattare un corpo umano se non con il distacco e anche l’ironia che ci mettono i medici».
Cosa fece?
«Lasciai immediatamente medicina e andai a iscrivermi a giurisprudenza».
Perché giurisprudenza?
«Mi interessava la persona umana e la tragedia del delitto, subito o fatto. C’è una analogia con la psichiatria perché in qualche modo devi entrare nella mente delle persone».
La sua famiglia?
«Faceva parte della piccola borghesia milanese. Mio padre, originario di Foggia, era uno degli undici figli di un falegname. Riuscì a studiare e a laurearsi. Io sono nato a Milano, dove ho sempre vissuto e ho esercitato».
Come ha cominciato la professione?
«Gian Domenico Pisapia, che era correlatore della mia tesi, apprezzò il mio lavoro e mi prese nel suo studio. Fu un’esperienza bellissima, perché non era solo un grande avvocato e un grande giurista, era anche una grande persona. È stato per me come un padre. Sono stato suo assistente a giurisprudenza alla Statale di Milano, poi ho avuto la libera docenza e sono passato a Scienze politiche dove ho insegnato per 45 anni. Volevo restare nell’università».
Invece?
«Accadde che un mio studente, che veniva da una famiglia meridionale, durante una manifestazione a Milano fu ucciso da un candelotto lacrimogeno che non si sapeva se fosse stato sparato dalla Polizia o dai Carabinieri. Fui incaricato di seguire il caso, riuscimmo a dimostrare che era stata la Polizia».
Fu allora che diventò l’avvocato «rosso»? Si dice anche che facesse parte di Soccorso Rosso, in cui c’erano avvocati che davano assistenza legale a militati di sinistra.
«Vorrei chiarire che non ho mai fatto parte di Soccorso Rosso. Probabilmente, avendo manifestato certe idee, si pensò che io ne facessi parte. Feci soprattutto processi dove i ragazzi di sinistra erano stati malmenati o addirittura uccisi. Difesi anche Inge Feltrinelli che aveva firmato un documento che accusava i servizi segreti o la Polizia della morte di suo marito Giangiacomo. Il processo si concluse con la sua assoluzione».
In quegli anni difese anche personaggi del mondo dell’economia, come nella vicenda Rizzoli.
«Mi ero fatto la nomea di essere un avvocato di sinistra, e per questo particolarmente gradito ai magistrati milanesi perché erano quasi tutti orientati a sinistra. Ero molto giovane, ricordo che quando ricevetti il primo fondo spese dalla Rizzoli mi sembrò una somma enorme. Ero abituato a fare i processi praticamente gratis».
Con il nuovo codice nel 1989 cambia tutto, anche il modo di fare l’avvocato.
«Il nuovo codice è legato alla mia esperienza nell’Unione delle camere penali (ne è stato presidente, ndr). Ci battemmo per avere la parità tra accusa e difesa e perché la prova non fosse formata prima dell’intervento dell’avvocato, cioè nelle indagini, ma nel dibattimento. Non fu una grande vittoria».
Perché?
«Non capimmo che prima di fare un nuovo processo bisognava fare una nuova magistratura. Che, nel momento in cui il pubblico ministero diventava una parte al pari della difesa, era indispensabile la separazione delle carriere tra giudici e pm».
Il referendum ha detto di no.
«È stata un’occasione mancata. Il referendum è un istituto democratico importante, ma può anche essere una trappola. Se i cittadini sono chiamati a decidere su cose che non conoscono e spesso non capiscono, si rischia di farlo diventare una scelta politica. Come è avvenuto».
Nel 1992 comincia la stagione Mani pulite che lei ha vissuto in prima persona come avvocato. C’è chi dice che fu una rivoluzione per via giudiziaria.
«Forse. Ma le rivoluzioni non si fanno con i processi. Nelle aule di giustizia si devono rispettare le regole».
Non fu così?
«Fui io a trovare quel foglio dove un giudice diceva al pm Antonio Di Pietro: “Non te lo posso arrestare, trova un’altra ragione”. Erano inchieste che si risolvevano con un “se ammetti, vai a casa”».
Gli avvocati erano visti quasi come complici degli indagati.
«Ancora oggi, purtroppo, non si tiene conto che il nostro compito non è affatto quello di far assolvere a ogni costo anche i colpevoli, ma di far rispettare le regole nel processo. Poi c’è chi non lo fa o lo fa male. Penso che l’avvocatura abbia bisogno di grandi cambiamenti».
Tipo?
«Una preparazione diversa già dall’università. Abbiamo costruito un processo dove anche gli avvocati dovrebbero raccogliere le prove, ma nessuno ci insegna come si fa».
Ha difeso Delfo Zorzi nei processi sulle stragi nere. Dai rossi ai neofascisti?
«Dopo che ho assistito le vittime di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia, una persona amica mi chiese se fossi disponibile a difendere Zorzi, nei cui confronti gli elementi d’accusa erano evanescenti. Fu molto leale con me, mi raccontò come andarono i fatti. Mi sono convinto che ne era del tutto estraneo e che la sentenza con cui è stato assolto è corretta. Ho scritto quello che mi raccontò in una lettera che ho messo nelle mani di un notaio. Sarà resa pubblica quando non ci sarò più».
Cosa c’è scritto?
«Spiega cosa sa Zorzi sulla strage di Piazza Fontana».
Potrebbe rivelarlo lui stesso.
«Non lo farà».
Ci sono novità?
«Sostanzialmente no. Contiene un punto di vista che storicamente può avere il suo rilievo. Non posso dire di più».
Ha difeso Silvio Berlusconi nel processo Sme.
«Quando me lo chiese, lasciai la difesa del giudice Renato Squillante che rimase al collega Andrea Fares. Berlusconi era una persona molto alla mano, amava la battuta, faceva sentire a proprio agio il suo interlocutore».
Entrò in Forza Italia. Ha condiviso tutto?
«Quando ci sono gli interessi del partito, i tuoi ideali vengono messi un po’ da parte».
È successo?
«Sì, mi sono trovato nella difficoltà di dovere appoggiare qualcosa in cui non credevo e che anzi ritenevo insostenibile».
Quando?
«Quando si trattò di votare una mozione che diceva che Ruby era la nipote di Mubarak. Votai a favore però il giorno dopo uscii dal partito perché mi sembrava poco dignitoso».
Berlusconi si arrabbiò?
«Sì, il nostro rapporto si ruppe. Fu un mio errore, avrei dovuto parlarne con lui prima».
Fu anche protagonista di una cosiddetta legge ad personam, quella sulla prescrizione con cui si disse che il Cavaliere si difendeva dal processo.
«Fu una scelta politica che feci come presidente della commissione giustizia della Camera perché Berlusconi era sotto attacco da parte della magistratura. La sinistra si aspettava di vincere le elezioni con l’aiuto di quella parte della magistratura che aveva contribuito a far cadere la prima Repubblica, ma l’arrivo di Berlusconi aveva cambiato le carte in tavola. Si trattava di impedire che attraverso il processo saltasse il governo».
Lei è stato più un tecnico che un politico?
«Ho fatto la mia parte e ne sono contento. Credo che se vuoi fare delle riforme che ritieni politicamente giuste, devi essere contemporaneamente un buon politico e un bravo tecnico. Come nel caso della proposta di legge che porta il mio nome che prevede la non appellabilità da parte del pm in caso di assoluzione».
Come vede il suo futuro.
«È talmente corto il mio futuro che è difficile vederlo».