Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 19 Domenica calendario

Intervista a Giuseppe Conte

Giuseppe Conte, qual è il suo primo ricordo?
«L’ospedale: a quattro anni mi ruppi il femore. Ma ho anche un ricordo bello: un compleanno, tre candeline, mia sorella Maria Pia, mia mamma e mio papà che si abbracciano felici».
Cosa faceva suo padre?
«Segretario comunale a Volturara Appula, il paese di mia mamma. Lì si conobbero. Lui era di Cerignola, il paese di Giuseppe Di Vittorio. I miei genitori erano gli unici nelle loro famiglie ad aver studiato, papà l’unico di nove figli. Vivevano in poche stanze. Un’immagine che mi è tornata in mente al tempo del Covid».
Come mai?
«Pensando a mio padre mi sono immedesimato nelle tante famiglie che dovevano condividere piccoli spazi, con i ragazzi che seguivano le lezioni dai computer poggiati sulla lavatrice del bagno... Il pensiero dei privilegi di chi disponeva di ville e terrazze, e della sofferenza di chi impazziva senza avere nessuno sfogo, mi ha commosso, talora fino al pianto».

Suo padre si trasferì a San Giovanni Rotondo.
«E non si mosse più, per devozione a padre Pio. Era un suo figlio spirituale, andava a chiedergli consiglio per le scelte importanti della vita».

Anche lei ha conosciuto padre Pio?
«Sì, papà mi portò da lui. Ero bambino, ma me lo ricordo benissimo. E ricordo la tristezza che piombò sulla nostra casa quando poco dopo sapemmo della sua morte».
Prega padre Pio?
«Più da piccolo. Ora cerco una raccomandazione diretta».
Crede in Dio?
«Credo nel mistero, nel nostro Dio cristiano. Tutto questo che viviamo viene sempre più indagato dalla scienza, ma non può risolversi per via immanente».
Sua mamma cosa faceva?
«La maestra elementare. Era orfana di padre, andò da uno zio a Lecce per studiare. A 19 anni ebbe il primo incarico in una scuola di campagna, si alzava all’alba per prendere il pullman, poi faceva due chilometri a piedi in un bosco. Nonna Clotilde era preoccupatissima: “Lillina, stai attenta!”. Ma lei era così orgogliosa di essere autonoma... Ho sempre sentito il fascino dell’insegnamento. Il mio mito era Wittgenstein, che lascia Cambridge per andare a insegnare ai bambini di un paesino sperduto tra le montagne austriache».
Nel suo libro, «Una nuova primavera», lei si racconta come studente con pochi soldi a Roma.
«Squattrinato, sì. Ma oggi una famiglia come la mia, con stipendi da statali, non potrebbe più mantenere due figli all’università. I miei mi mandavano un vaglia con i soldi calcolati al centesimo. Chiesi qualcosa in più, mi risposero: sei a Roma per studiare, non per divertirti. Per ripicca dissi che avrei fatto da solo
. Mi sono ricordato di quell’impuntatura giovanile nella trattativa con Angela Merkel».
Cosa c’entra la Merkel?
«All’inizio della pandemia escluse di fare debito comune dicendo: usate il Mes. Le risposi che piuttosto di usare il Mes avremmo fatto da soli. Finimmo con il portare a casa 209 miliardi».
Come si mantenne da solo all’università?
«Con vari lavoretti. Soprattutto all’inizio davo lezioni di diritto ad altri studenti. Poi feci il correttore di bozze. A
ncora adesso, se in un testo c’è un refuso, lo becco subito».

Nel suo libro lei dice di non aver votato Movimento 5 Stelle fino al 2018. Prima cosa votava?

«Non avevo un partito di riferimento. Guardai con interesse all’esperienza demitiana, alla sinistra Dc, quando candidò indipendenti di sinistra: Scoppola, Lipari, Ossicini. Ho votato anche radicale».
Come sono ora i suoi rapporti con Grillo?
«Dopo gli insulti che mi ha rivolto, non ci sono più rapporti. Anche se per me resta il fondatore. Una figura storica, con grandi meriti».
Lei scrive che Casaleggio aveva inserito nel M5S valori di destra.
«Oggi il Movimento si è dato, anche attraverso Nova, una Carta dei principi e dei valori che definisce più nitidamente la nostra identità. Che è un’identità progressista. Combattiamo per attuare il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione: mettere tutti in condizione di essere protagonisti della vita economica e sociale del Paese. Vogliamo contrastare disuguaglianze e iniquità, mai così profonde nella storia umana, anziché consolidare lo strapotere dei gruppi imprenditoriali dominanti, dei poteri finanziari, dei fondi di investimento, del nuovo capitalismo della sorveglianza digitale».
Siete pronti a un’alleanza organica con il Pd?
«Nova ci vincola a una concezione dell’alleanza dinamica, non statica. L’alleanza non è un prerequisito; è un mezzo per combattere le nostre battaglie accanto a chi condivide con noi un programma nero su bianco».
Quindi non è scontato che Pd e M5S si presentino insieme alle prossime elezioni?
«Con loro in questa legislatura abbiamo condiviso le basi di un programma comune. Siamo già a buon punto».
E lei ha aperto alle primarie di coalizione.
«Mi sono reso disponibile perché ho visto nel referendum una gran voglia di partecipare. Le primarie non sono nella nostra tradizione. Mi sono convinto che possano essere il modo più efficace per trovare l’interprete migliore, ma solo dopo aver condiviso il programma. Il vincitore delle primarie sarà colui che dovrà attuare il programma. Un percorso che va costruito con intelligenza, per compattare lo schieramento progressista anziché dividerlo».
Nel programma di governo ci saranno nuove tasse? La patrimoniale?
«No. Non dobbiamo aumentare la tassazione. Al contrario, dobbiamo alleggerire il peso fiscale e burocratico su chi apre una saracinesca, su chi tiene in piedi una fabbrica. La vera ricchezza da tassare è quella di chi sta seduto dietro una scrivania a spostare masse enormi di denaro. Dobbiamo aiutare l’economia reale, e colpire l’economia finanziaria che si arricchisce parassitariamente».
C’è posto per Renzi nell’alleanza?
«C’è posto per chi genuinamente condividerà il programma e offrirà garanzie di affidabilità per attuarlo. Non ne voglio fare questioni personali. La politica non deve vivere sui personalismi ma su processi politici chiari, limpidi, condivisi».
Chi ha fatto cadere il suo governo? Renzi?
«Renzi è molto abile a intestarsi svolte e soluzioni. Ma è evidente che la mia caduta è dovuta ad ambienti finanziari interni e stranieri, che non mi hanno considerato una garanzia ai loro occhi per gestire l’incredibile massa di risorse finanziarie che abbiamo ottenuto in Europa. Draghi non ha certo aspettato Renzi. Mi risulta da varie fonti che Draghi si fosse mosso in proprio per chiedere un cambio di governo ben prima che avvenisse».
Quali fonti?
«Ad esempio D’Alema. Credo che Renzi sia stato tra gli ultimi ad arrendersi al governo tecnico; perché sa che con un governo tecnico i politici contano ancora meno».
Trump aveva simpatia per lei.
«Una simpatia che ho sfruttato per ottenere per il mio Paese, non per dare il sangue, come ingenuamente sin qui ha fatto Giorgia Meloni. Uno dei suoi grandi fallimenti».
Cos’è andato a fare a pranzo con Zampolli?
«Ho ricevuto una lettera su carta intestata: l’inviato speciale di Trump, in visita ufficiale a Roma, desiderava incontrarmi. Ho ritenuto opportuno l’incontro per pregare Zampolli di riferire a Trump che stava accumulando errori su errori, a dispetto dei “signorsì” della Meloni, che l’hanno incoraggiato anziché frenarlo».
Com’è il rapporto con Elly Schlein?
«Rispetto reciproco, nella consapevolezza che rappresentiamo due forze politiche differenti, ma possiamo costruire un solido programma che ci consenta di rimediare ai fallimenti di Meloni e di governare per cinque anni».
E Silvia Salis?
«L’abbiamo appoggiata come sindaco di Genova perché è risultata la candidata migliore in una situazione complicata; ma non posso dire di averne una conoscenza approfondita».
Le cito quattro provvedimenti contestati dei suoi governi. I decreti Sicurezza. Una cosa di destra. Altro che progressista.
«Era un governo di compromesso. Nato dal rifiuto del Pd a collaborare, e dalla necessità di dare un governo al Paese. Tutte le più importanti riforme sono state quelle volute dal Movimento. Alla Lega abbiamo concesso i decreti Sicurezza, che nella versione originaria avevano vari profili di incostituzionalità, cui abbiamo ovviato con un lavoro attento e con il contributo del Quirinale».
Il 110. Un salasso enorme.
«Un provvedimento pensato per dare una forte spinta alla ripresa dopo la pandemia: un euro investito in edilizia ha un ritorno minimo di un euro e 50. Il provvedimento fu poi attuato dal governo Draghi e all’inizio proseguito dal governo Meloni. Ministri che ne hanno usufruito personalmente per le loro abitazioni parlano di un costo. È stato un investimento».
Troppo oneroso.
«Quando avremo la possibilità di tirare le somme in modo onesto, vedremo che un euro investito ha avuto un ritorno molto superiore a un euro e 50, a beneficio della collettività e delle casse dello Stato. Un euro speso in armi ha un ritorno ben inferiore a 0,50 centesimi».
Il reddito di cittadinanza. Nel libro lei racconta di non aver seguito l’invito di Casalino a raggiungere Di Maio sul balcone.
«Non l’ho fatto perché un premier non esce sul balcone. Ma le potrei far leggere lettere che ho ricevuto e mi hanno commosso fino alle lacrime. Un padre mi raccontava di aver potuto finalmente comprare un paio di occhiali. Una madre aveva potuto dare per la prima volta una bistecca ai figli. L’Italia però è così: se in un budget che sfiora i mille miliardi ne trovi otto per la sopravvivenza dei poveri, ti saltano addosso e appena possono ti mandano a casa. Se consenti a banche e assicurazioni di continuare ad arricchirsi, fai tutti felici e contenti».
Cambierebbe qualcosa nella gestione della pandemia? Farebbe la zona rossa nelle valli bergamasche?
«Sono questioni che anche la magistratura ha vagliato con attenzione e archiviato. Posso dire di aver operato con grande scrupolo e senso di responsabilità, sostenuto dai consigli degli esperti. Con il senno di poi si continua a dire tutto e anche di più. Di una cosa sono sicuro: vedendo come sono maldestri – non riescono neppure ad adottare il piano pandemico —, se fosse toccato all’attuale governo mi sarei spaventato per la mia salute e per quella della mia famiglia e dei miei compatrioti».
Lei firmò la Via della Seta con la Cina.
«Io firmai la Via della Seta dopo aver costretto i cinesi ad accettare principi che mai avevano sottoscritto prima – parità di condizioni, sostenibilità ambientale e finanziaria —, senza mettere in discussione l’alleanza con gli Usa, anzi rassicurandoli che era un passaggio necessario per aprire ai nostri imprenditori un mercato più ampio. Oggi con gli errori di Trump gli Usa sono poco affidabili, e rischiano di fare apparire la Cina addirittura più ragionevole. Un bel paradosso».
Lei è considerato filorusso, non solidale con l’Ucraina.
«Da subito ho condannato l’aggressione di Putin, sono stato favorevole alle sanzioni e lo sono tuttora. Ma la propaganda distorcente che mi ha calunniato trascura i quattro anni di fallimenti di coloro che hanno scommesso sulla sconfitta militare della Russia, sul cambio di regime, sul crollo dell’economia russa; anziché investire sulla diplomazia, e raggiungere un accordo oggi tanto più necessario, perché dobbiamo tornare in prospettiva a comprare gas russo».