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 2026  aprile 19 Domenica calendario

Libano, ucciso un soldato francese. Macron accusa Hezbollah

Un attacco deliberato contro i caschi blu francesi a poco meno di tre giorni dal cessate il fuoco tra Libano e Israele. È pesante il bilancio delle vittime dell’imboscata tesa ieri al contingente francese di Unifil, la forza di interposizione delle Nazioni Unite in Libano, nel distretto di Bint Jbeil, nel sud del Paese.
A morire, il sergente maggiore Florian Montorio del 17esimo reggimento genieri paracadutisti di Montalbano. Feriti altri tre peacekeeper francesi, ricoverati in ospedale, di cui due in gravi condizioni. Dure le parole del presidente francese Emmanuel Macron che ha accusato Hezbollah per l’attacco definendolo inaccettabile in una telefonata con il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam ed esortando il governo ad agire contro i responsabili. Entrambi i leader libanesi hanno condannato l’accaduto e promesso un’indagine.
Secondo un comunicato dell’Unifil, la pattuglia finita sotto il fuoco «era incaricata di sminare una strada nel villaggio di Ghandouriyeh per ristabilire il contatto con le posizioni isolate della missione». A sparare, «attori non statali», probabilmente Hezbollah. Accuse che il gruppo armato filo-iraniano ha respinto con un comunicato, invitando alla «cautela nell’esprimere giudizi sull’incidente». Condanna dell’accaduto e vicinanza alla Francia è stata espressa dal presidente Sergio Mattarella. In un messaggio a Macron ha sottolineato la «condanna per un gesto inammissibile contro una missione fondamentale per la stabilità dell’area e presidio di affermazione del diritto umanitario internazionale». Cordoglio alla Francia anche dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e dal ministro della Difesa Guido Crosetto.
Il fuoco diretto contro Unifil non è certo una novità nel Libano meridionale. Solo tra marzo e aprile 2026, tre caschi blu indonesiani sono stati uccisi in diverse occasioni ma quest’ultimo incidente ricorda la morte del soldato irlandese Sean Rooney, avvenuta il 14 dicembre 2022, raggiunto da colpi di arma da fuoco mentre attraversava il villaggio di Aqibiyeh. Dall’inizio della missione nel 1978 sono oltre 340 i caschi blu caduti in Libano. Anche il contingente italiano è rimasto coinvolto in più occasioni nell’ultimo mese, con spari di avvertimento contro un suo convoglio da parte dei militari israeliani. Un caso che ha provocato la condanna della premier Giorgia Meloni e ha visto l’ambasciatore israeliano a Roma convocato alla Farnesina.
In questo quadro si fa sempre più fragile la tregua tra Israele e Libano proclamata venerdì, mentre i libanesi cercano di tornare alle loro case a sud e mentre Israele tira dritto ribadendo il controllo della zona cuscinetto, ribattezzata Linea Gialla, su modello della strategia adottata nella Striscia. Nonostante il cessate il fuoco, colpi di artiglieria dell’Idf ieri hanno raggiunto la periferia di Kounine, un villaggio a nord della città di Bint Jbeil, dove l’esercito israeliano ha combattuto aspramente contro Hezbollah. Raffiche di mitragliatrici israeliane hanno colpito anche la località di Aitaroun sempre nel distretto di Bint Jbeil. Infine esplosioni causate dalle forze israeliane sono state udite in diverse città di confine, tra cui Taybeh, Qantara e Khiam.
Ma non solo. L’attacco a Unifil aggrava l’isolamento di Hezbollah e la sua distanza dal governo di Beirut dopo che questo ha dichiarato illegali le sue attività militari e avviato colloqui diretti con Israele, nonostante il rifiuto del Partito di Dio. Ieri mattina, in concomitanza con il tragico incidente nel Sud, due esponenti di Hezbollah, tra cui Hassan Fadlallah, membro del Parlamento in rappresentanza della città di Tebnine, hanno lanciato un duro attacco contro Aoun. Il giorno precedente, il presidente aveva pronunciato un discorso alla nazione particolarmente fermo, in cui aveva ribadito la determinazione dello Stato libanese a estendere la propria sovranità su tutto il territorio nazionale, anche attraverso il disarmo di Hezbollah. Ma è chiaro a tutti come la resa delle armi sarà un processo tutt’altro che immediato e privo di altri ostacoli data la debolezza delle istituzioni libanesi e gli stretti rapporti delle milizie sciite con Teheran.