Corriere della Sera, 19 aprile 2026
Iran, l’intreccio finanziario cruciale per l’intesa
C’è un altro nodo che si intreccia al negoziato tra Stati Uniti e Repubblica islamica: riguarda il destino di un’ingente somma di denaro iraniano congelata all’estero. Washington potrebbe essere disposta a sbloccare circa 20 miliardi di dollari di fondi iraniani, in cambio della rinuncia da parte di Teheran alle proprie scorte di uranio arricchito oltre il 60%. «Gli asset iraniani rappresentano un elemento centrale dei negoziati», osserva Paul Salem del Middle East Institute, «e se si arriverà a un’intesa, almeno una parte verrà liberata. Gli ayatollah hanno bisogno di liquidità e di un alleggerimento delle sanzioni, ed è più semplice restituire denaro che smantellare un intero regime sanzionatorio».
Il congelamento dei beni è uno strumento che la politica internazionale conosce bene. Governi e tribunali possono bloccare fondi, titoli e riserve di uno Stato, trasformando la finanza in una leva di pressione. È un’arma che viene usata in caso di violazioni del diritto internazionale, accuse di crimini o tensioni geopolitiche, e che ha colpito Paesi come Russia, Corea del Nord, Libia, Venezuela, Cuba e Iran. Una misura che finisce per pesare anche sulla popolazione.
Le sanzioni americane risalgono al 1979, l’anno della Rivoluzione. Da allora non hanno mai smesso di accompagnare i rapporti tra Washington e Teheran, irrigidendosi con il dossier nucleare e quello missilistico. Il risultato è un accesso sempre più limitato alle risorse vitali, a partire dai proventi del petrolio, spesso bloccati in conti all’estero.
Il tema dello sblocco degli asset è riemerso alla vigilia del primo round di colloqui in Pakistan, quando il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf, ha chiarito che senza un passo concreto su quel fronte non ci sarebbero state le condizioni per avviare un negoziato. L’esperto iraniano Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University, è scettico sulla questione dello scongelamento. Ci dice che l’insicurezza deriva soprattutto dai continui cambi di direzione di Donald Trump.
E, ricorda, non conta soltanto quanto valga il tesoro immobilizzato, ma chi sia disposto a rimetterlo in circolo. Il Giappone avrebbe circa 1,5 miliardi, l’Iraq 6, la Cina almeno 20, l’India 7. Gli Stati Uniti ne custodiscono direttamente circa 2, mentre in Europa, dal Lussemburgo, passano altri 1,6 miliardi. E poi c’è il Qatar, con 6 miliardi trasferiti dalla Corea del Sud e rimasti bloccati.
In realtà le stime parlano di oltre 100 miliardi di dollari in beni fuori dai confini nazionali, una cifra che, secondo Al Jazeera, equivale a circa tre volte il valore annuo delle esportazioni energetiche del Paese.
Jason Brodsky, direttore di United Against Nuclear Iran, è convinto che la Repubblica islamica farà di questi asset uno dei pilastri di qualsiasi intesa con gli Stati Uniti.
Ma avverte anche sui possibili effetti collaterali: «Il rischio è che uno sblocco presentato come misura umanitaria finisca per liberare risorse interne, che potrebbero essere riallocate altrove, rafforzando in concreto le capacità nucleari, missilistiche e l’influenza regionale dell’Iran».