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 2026  aprile 19 Domenica calendario

Trumpè è alle strette e si rifugia in Arizona

«Non ho tempo di essere depresso, ho troppo da fare», ha detto Trump ieri mentre firmava in diretta tv un nuovo ordine esecutivo. Iran? L’economia, che nonostante il segretario al Tesoro Bessent sostenga che sia avviata a una crescita del 3,5% preoccupa i mercati? Il carovita? No, gli allucinogeni.
Trump ha organizzato ieri mattina una cerimonia – più di un’ora – per pubblicizzare la decisione di accelerare la ricerca sul possibile uso di sostanze psichedeliche come trattamento per la salute mentale. Direttamente alle sue spalle, non uno scienziato ma Joe Rogan, re dei podcast, trumpiano dissidente che ieri ha di fatto siglato la tregua con il presidente che ultimamente aveva attaccato sulla guerra in Iran e l’alleanza con Israele.
Inevitabili, psichedelia a parte, le domande sull’Iran: «Parleremo più avanti, abbiamo ottime conversazioni in corso: sta funzionando molto bene. Hanno fatto un po’ i furbetti (riferimento alla nuova chiusura di Hormuz, ndr), come fanno da 47 anni, e nessuno li ha mai affrontati ma noi invece abbiamo affrontati. Non hanno la Marina, non hanno l’Aeronautica, non hanno leader, non hanno niente… è un cambio di regime, un cambio di regime forzato. Ma stiamo parlando con loro. Volevano chiudere di nuovo lo Stretto, come fanno da anni, ma non possono ricattarci… Hanno ucciso un sacco di persone. Molti dei nostri sono stati uccisi (voltandosi verso un militare, ndr), molti dei vostri commilitoni sono stati uccisi nel corso degli anni dall’Iran, dalle bombe piazzate nelle strade».
Il piccolo show sugli allucinogeni ha provocato l’inevitabile siparietto: al centro delle ricerche c’è l’ibogaina, sostanza allucinogena che potrebbe aiutare per le dipendenze da oppiacei che sono un problema drammatico negli Stati Uniti. Aiuterebbe anche – ci vogliono più ricerche – depressione e stress post-traumatico. Trump ha conosciuto l’ibogaina grazie al podcaster Rogan: «Posso averne un po’?», ha domandato prima di dirigersi nella situation room per discutere di Hormuz. Con Trump c’erano il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il ministro della Guerra Pete Hegseth, il segretario al Tesoro Scott Bessent, il direttore della Cia John Ratcliffe, l’inviato di Trump Steve Witkoff, la capa di gabinetto Susie Wiles e il capo di stato maggiore Dan Caine.
La giornata di ieri ha riportato Trump alla realtà complicata della guerra e dello stallo nella trattativa mentre si avvicina la scadenza del cessate il fuoco di quindici giorni deciso il 7 aprile; venerdì sera aveva fatto la ricreazione, il bagno di folla in Arizona, a Phoenix, alla conferenza di Turning Point Usa. L’Arizona è uno di quegli Stati “in bilico” decisivi per la vittoria di Trump nel 2024: Stato dove ora è impopolare, con i centristi che avevano votato per lui che lo abbandonano a causa proprio della guerra e del carovita. Come fa sempre quando è in difficoltà, l’aveva buttata in caciara: un discorso torrenziale di quasi un’ora, leggendo poco e improvvisando molto, per dare di fatto il via alla campagna elettorale per le elezioni di novembre che rinnoveranno tutta la Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato. I repubblicani rischiano concretamente di perdere la già piccola maggioranza che hanno alla Camera (il Senato pare più al sicuro), e la soluzione di Trump è stata lo show. A parte le solite rassicurazioni sull’Iran («Ho chiuso dieci guerre») e la garanzia che «il blocco navale resta al 100%», poi tante battute e ripetizioni di parole stile rapper: «Lotteremo, lotteremo, lotteremo e vinceremo, vinceremo, vinceremo. E insieme renderemo l’America di nuovo potente, di nuovo ricca, di nuovo sana, di nuovo forte, di nuovo orgogliosa, di nuovo sicura. E renderemo di nuovo grande l’America!». Prima di scendere dal palco accompagnato dalla canzone «Ymca» dei Village People.