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 2026  aprile 19 Domenica calendario

Due leader contro le manovre

Martedì 14 aprile è accaduto alla Camera dei deputati un episodio piccolo ma significativo. Si discuteva delle dure parole di Donald Trump nei confronti di Giorgia Meloni rea d’aver solidarizzato con papa Leone XIV e la segretaria del Pd Elly Schlein ha preso la parola per esprimere solidarietà alla presidente del Consiglio. «Siamo avversari in quest’aula», ha detto la segretaria del Pd, «ma siamo tutte e tutti cittadini italiani e rappresentanti degli italiani».
D’ un tratto l’intero gruppo parlamentare del Partito democratico s’è alzato in piedi e ha applaudito. Lo stesso hanno fatto quasi tutti i deputati della maggioranza. Il resto della sinistra se ne è rimasto seduto a rimuginare e a scrivere dichiarazioni in cui si sosteneva la tesi che la Meloni avrebbe dovuto rompere con la Casa Bianca fin dai tempi della rielezione di Trump. Secondo qualcuno già ai tempi di Biden.
Nelle ore successive Meloni ha sospeso il rinnovo automatico del memorandum sulla difesa con Israele (un atto di rottura con Netanyahu), ha ricevuto Zelensky con un calore pari a quello mostrato poco dopo da Sergio Mattarella, Trump le ha rinfacciato di non aver consentito l’utilizzo della base di Sigonella per gli aerei diretti a bombardare l’Iran e lei, come risposta indiretta, ha partecipato con un entusiasmo diverso dal passato alla riunione della coalizione dei «volenterosi» che si è tenuta a Parigi. Assieme a Starmer, Merz e Macron che l’ha abbracciata. Contemporaneamente a Barcellona si è riunito il vertice dei progressisti mondiali dove era invitata Schlein (unica del nostro Paese) che è stata incoronata da Pedro Sánchez e Luiz Inácio Lula da Silva – tra moltissimi altri – come punta di lancia della Global Progressive Mobilisation in vista delle future elezioni politiche italiane.
Appare evidente che qualcosa è cambiato nella politica internazionale. Schlein se ne è accorta per tempo e ne ha preso atto con quel pubblico riconoscimento all’avversaria. Ricevendo la solidarietà esplicita di Carlo Calenda e dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.
Altri due ex presidenti del Consiglio, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, si sono invece uniti al coro dei rimuginatori secondo i quali Meloni è tuttora «subalterna» a Trump (Conte) e, «scaricata dal suo guru» ha davanti a sé «quindici mesi di piano inclinato» (Renzi). Sottinteso: una disperata a cui la segretaria del Pd non avrebbe dovuto riconoscere alcun merito. Scrittori, artisti e opinionisti vari della sinistra hanno avallato, quasi senza eccezione, questa lettura renzian-contiana dell’accaduto. E hanno reagito infastiditi a quel discorso parlamentare di Schlein.
Può darsi che questi atteggiamenti mettano questi recalcitranti in maggior sintonia con la parte più radicale del loro elettorato. Ma a noi sembra che dar prova di solidarietà al governo in un momento difficile per il Paese non sia un segno di debolezza. Caso mai, l’opposto. Come ha dimostrato Meloni, quando era – unica, all’opposizione – a sostenere le ragioni di Mario Draghi sull’appoggio all’Ucraina aggredita dalla Russia. Ciò che fu percepito dal suo elettorato come prova di senso di responsabilità. E non di connivenza con il nemico.
Ciò che ci induce a formulare, proprio alla luce dell’accaduto, una previsione: mai Schlein e Meloni parteciperanno a un governo «unitario» come quelli che abbiamo visto nascere, sempre in nome di una qualche emergenza, nelle passate legislature. Quando la destra era guidata da Silvio Berlusconi, poi da Matteo Salvini sempre venne il momento in cui la sinistra capitanata da Massimo D’Alema, Walter Veltroni, successivamente da Nicola Zingaretti, Enrico Letta considerò opportuno dar vita a quel genere di governi. Frutto di accordi parlamentari in virtù dei quali i nemici di ieri diventavano amici sui banchi del governo (a dire il vero, Veltroni lasciò la segreteria del Pd prima che si procedesse al connubio). I protagonisti di queste esperienze si mostrarono più o meno sofferenti ma alla fine accettarono di bere l’amaro calice. Inutile aggiungere che Renzi e Conte si sono mostrati particolarmente disponibili a questo genere di salti mortali. Combinazioni parlamentari di cui oggi si torna insistentemente a parlare grazie anche all’instancabile contributo di Marina Berlusconi e del fratello Pier Silvio che a ogni evidenza guardano a orizzonti di rimescolamento politico.
Il sottinteso del discorso di Schlein del 14 aprile costituisce a nostro avviso la prova di un’intesa con Meloni fondata sul principio che nessuna delle due si presterà a sperimentazioni del tipo di quelle descritte. Nel caso i loro partiti diano segni di cedimento a tentazioni governative, Meloni e Schlein quasi certamente lasceranno la poltrona di comando. E se Schlein dovesse decidere (per diversi motivi di cui ci siamo occupati in una precedente occasione) di cedere ad altri lo scettro di capo della coalizione, a questo punto porrebbe come condizione un pubblico impegno a non lasciarsi tentare da quel genere di ritorni al passato. Pur consapevole del fatto che la tentazione di rientrare a Palazzo Chigi o in un adeguato ministero potrebbe indurre chiunque a violare persino un impegno solenne preso al cospetto degli elettori. È accaduto più di una volta. Ma dopo il discorso del 14 aprile si può star sicuri che con Meloni o Schlein – e ci limitiamo a loro due – non riaccadrà.