ilmessaggero.it, 18 aprile 2026
Vaticano, stop alla beatificazione di padre Ciszek
Era candidato a diventare santo anche se il Vaticano ha stoppato l’iter che avrebbe portato alla beatificazione del Servo di Dio, padre Walter Ciszek, un gesuita americano, nato in una famiglia di emigranti polacchi che ebbe il coraggio di emigrare per fare il missionario nella Russia atea di Stalin, varcando clandestinamente i confini della Cortina di Ferro. Sfidando il pericolo. Una vita che potrebbe diventare un film tanto è stata avventurosa. Nel 1940 riuscì, infatti, ad entrare dalla Bielorussia per fare l’operaio negli Urali assieme ad un altro religioso, grazie ad un passaporto falso. Poco dopo fu però scoperto dai sovietici e arrestato con l’accusa di spionaggio per il Vaticano. Venne spedito nelle famigerate prigioni NKVD a Perm, Lubianka, Butyrki per un totale di cinque anni e, successivamente, nei campi di lavoro in Siberia per altri quindici anni. «Nei momenti di scoraggiamento, mi sono confortato con il pensiero della Provvidenza di Dio e della Sua onnipotenza. Ho messo me stesso e il mio futuro nelle Sue mani e così sono riuscito a sopravvivere» diceva sempre. Riuscì ad essere liberato grazie ad uno scambio di progionieri portato avanti dal presidente americano Kennedy. Nell’ottobre 1963, in cambio di due agenti segreti russi che erano stati catturati negli Stati Uniti, l’Unione Sovietica decise di rilasciare due americani, tra cui il gesuita Ciszek. Aveva 59 anni.
La causa di canonizzazione
La causa di canonizzazione che era stata avviata dopo la morte di padre Ciszek avvenuta nel 1984 negli Usa. Il Postulatore della causa ha fatto sapere che la decisione del Vaticano “sminuisce il valore spirituale duraturo” della sua testimonianza, anche se non si conoscono le ragioni per le quali a Roma abbiano messo una pietra tombale su questa causa.
La prigionia
Durante la prigionia in Siberia padre Ciszek ha sperimentato di tutto: fame, torture, congelamento, pidocchi, spietatezza, ateismo, impotenza e paura. Ha raccontato che però non ha mai sperimentato la perdita di fede. Celebrava la messa di nascosto e a rischio della vita, confessando coloro che desideravano Dio e volevano la presenza di un sacerdote. Nel carcere di Lubianka ha resistito ben cinque anni in isolamento in una cella bianca, illuminata con la luce elettrica giorno e notte, senza avere posate, senza conversazioni con anima viva, senza sentire alcuna voce. Il silenzio era completo e onnipresente. Lui ricordava spesso che la Lubianka, in molti modi, era stata la sua scuola di preghiera.
La storia
Non avendo un orologio aveva stabilito un programma giornaliero: alzarsi, pulire, fare ginnastica, leggere e pregare. Prima di pranzo faceva un esame di coscienza, recitava l’Angelus e dopo cena tre rosari in tre lingue, polacco, russo e in latino per tenere in allenamento il cervello. Seguivano prima di addormentarsi preghiere e inni religiosi. Come prigioniero, aveva il diritto di prendere in prestito un libro a settimana. In cinque anni ha letto le opere più importanti della letteratura russa, ma anche ciò che aveva scritto Lenin. Ha chiamato quel periodo gli “i miei studi universitari alla Lubianka”. Dopo la Lubianka fu mandato in Siberia. «Ero pronto ad adempiere le parole di Gesù: Ecco, io ti mando come pecore tra i lupi» ha lasciato scritto il religioso.
Nelle interviste che ha rilasciato dopo il suo ritorno, ha ripetuto che non è mai stato malato per un solo giorno, e che in qualche modo è sempre riuscito a servire come sacerdote, a volte celebrando la messa a memoria sulla sua cella o nelle profondità della foresta su un tronco di un albero abbatuto. Alla domanda: come sei sopravvissuto a questo? Fino alla fine della sua vita, rispose: “Provvidenza di Dio”.