ilfattoquotidiano.it, 18 aprile 2026
Crisi energetica, per sostituire i flussi si guarda all’Asia
Non tutta l’energia mondiale passa per lo Stretto di Hormuz e la Cina sta provando a sfruttare questa fase di incertezza internazionale per stringere i bulloni del forziere di idrocarburi a cui può attingere. Il vicepremier cinese Ding Xuexiang è appena stato in Turkmenistan per presenziare all’inaugurazione dei lavori di una nuova fase di sfruttamento del maxi-giacimento di Galkynysh (“rinascita” in turkmeno). È stato firmato un accordo che porterà a un investimento di 5,1 miliardi di dollari nel sito – ufficialmente tutti di provenienza turkmena – che consentiranno alla compagnia energetica statale cinese China National Petroleum Company (CNPC) di estrarre ulteriori 10 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno. Questi andranno ad aggiungersi ai circa 40 miliardi di metri cubi che la repubblica centro asiatica già fornisce annualmente a Pechino, rendendo credibile l’obiettivo di arrivare a quota 60 miliardi di metri cubi di esportazioni turkmene verso la Repubblica Popolare.
Due dei principali fornitori di gas naturale alla Cina – che ha un fabbisogno annuo di metano che si aggira attorno ai 430 miliardi di metri cubi – sono attualmente proprio il Turkmenistan e la Russia. Mosca ha fornito nel 2025 circa 40 miliardi di metri cubi al gigante asiatico, con una condotta che serve l’area orientale del territorio cinese. Questo fa sì che le forniture turkmene siano complementari e non alternative a quelle russe, considerando che la condotta centro asiatica – di cui alimentano il flusso anche Kazakistan e Uzbekistan – entra nel territorio cinese da ovest.
Proprio nelle ore in cui Ding Xuexiang si trovava in Turkmenistan, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov era invece a Pechino. Non a caso: oltre a un confronto circa la situazione mediorientale, il capo della diplomazia del Cremlino ha ribadito la disponibilità russa a coprire con le proprie risorse il deficit che la guerra in Iran e nel Golfo sta causando sia per la Cina sia per gli altri Paesi che si trovano a fare i conti con rubinetti in fase di restringimento.
La Repubblica Popolare ha fatto registrare nel primo trimestre dell’anno una crescita economica su base annua del 5%, segno che la locomotiva del dragone non rallenta. Di contro, però, l’inflazione relativa ai beni di consumo è ai livelli più alti da circa un triennio a questa parte, un fattore che rischia di essere aggravato ulteriormente dal rialzo dei prezzi dell’energia. A cascata potrebbe ridurre il potere d’acquisto dei cittadini cinesi provocando un indebolimento della domanda interna. Ecco perché il leader cinese Xi Jinping si sta muovendo in una doppia direzione: lavorando dietro le quinte per favorire il dialogo sull’asse Washington-Teheran, affinché si arrivi a un accordo e lo status quo politico attuale venga mantenuto, con una parallela riapertura dello Stretto di Hormuz, dall’altro la diplomazia cinese è impegnata a rinforzare la sicurezza delle linee di approvvigionamento energetico della Cina.
Una corsa che vede coinvolti anche altri Paesi, sempre rispetto all’Asia Centrale. La Corea del Sud, ad esempio, ha annunciato la stipula di accordi con vari fornitori mediorientali e il Kazakistan per ottenere entro la fine del 2026 oltre 270 milioni di barili di petrolio. La repubblica centroasiatica fornirà circa 20 milioni di barili sul totale annunciato. Anche il Giappone sta valutando di muoversi nella stessa direzione tracciata da Seul. Nel frattempo, nonostante il calo degli scorsi mesi legato anche agli attacchi ucraini agli impianti russi attraverso cui passa anche il petrolio kazaco, la produzione di Astana sta tornando a livelli molto significativi. Questo potrebbe consentire all’ex repubblica sovietica di consolidare il ruolo di secondo fornitore globale all’Unione europea: secondo dati di Bruxelles appena resi pubblici, nel 2025 il Kazakistan si è piazzato dietro solo agli Stati Uniti in quanto a volume di petrolio venduto al mercato europeo. Su questo ha inciso sicuramente anche il calo drastico degli acquisti dalla Russia, ma comunque il ruolo della repubblica centroasiatica rimane di primissimo piano.