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 2026  aprile 18 Sabato calendario

Terna, l’ad Di Foggia chiede una buonuscita da 7 milioni

L’ultimo psicodramma governativo nel mondo finanziario vale circa 7,3 milioni di euro. A tanto ammonta la buonuscita che l’amministratrice delegata in scadenza da Terna, Giuseppina Di Foggia, pretende dalla società della rete elettrica (da cui ha percepito oltre 2 milioni annui per tre anni), controllata dalla Cassa depositi e prestiti, mentre sta per approdare in Eni come presidente. È il lascito più assurdo della caotica tornata di nomine ai vertici delle grandi società pubbliche appena terminata.
Sembra incredibile, ma da giorni Cdp, ministero dell’Economia (che la controlla), Terna e Palazzo Chigi sono bloccati in un braccio di ferro che può mettere in serio imbarazzo tutti. La manager, ex Nokia Italia, è stata nominata a maggio 2023 in Terna, forte del suo rapporto con Arianna Meloni, sorella della premier. La settimana scorsa, il governo ha deciso di non riconfermarla, facendo filtrare scarso apprezzamento per i risultati. A sorpresa, però, è stata indicata come presidente dell’Eni (stipendio da 500mila euro annui), forse la più strategica delle società pubbliche. Che un Ad finisca a presiedere il cda di un’altra società, per di più dello stesso settore, è bizzarro, ma da lì in poi è iniziato lo psicodramma.
Di Foggia aveva negoziato una severance, una “buonuscita” per mancata riconferma, di 7,3 milioni, teoricamente in linea con quelle dei predecessori. Teoricamente, perché sia il suo predecessore, Stefano Donnarumma, sia Luigi Ferraris accettarono 4,6 milioni rinunciando da subito al resto.
Lei no. Il punto però è che la policy interna di Cassa depositi non prevede buonuscita se il manager passa in un’altra società controllata e Cdp controlla sia Terna che Eni. Una linea pensata per evitare sontuose buonuscite a manager che restano nel gruppo. Cdp dovrebbe applicarla, ma la palla è stata per ora rilanciata a Terna.
Ad allontanare la manager dalla buonuscita c’è anche lo statuto di Terna, che impedisce ai vertici di ricoprire ruoli nel cda di società attive nel settore energetico. È il caso di Eni, che terrà la sua assemblea per eleggere i nuovi vertici (Di Foggia compresa) il 6 maggio, prima di quella di Terna, il 12. Di Foggia si dovrebbe quindi dimettere prima e in quel caso non è prevista severance.
Lo stallo è tale che ieri il tema è stato addirittura al centro del cda di Terna. La manager insiste sulla buonuscita, pare anche forte di pareri legali. La giustificazione che filtra è che in Eni è il Tesoro a proporre la lista per il cda, mentre in Terna è Cdp e quindi non si applicherebbe la policy della Cassa, mentre sul divieto imposto dallo Statuto giocherebbero in suo favore i tempi stretti tra le 2 assemblee: il cda avrebbe chiesto un parere indipendente sul da farsi.
Tutti nei palazzi romani sperano che la manager rinunci ai soldi per evitare un epilogo imbarazzante, anche perché tre anni fa il Tesoro si dotò di una norma per non concedere o ridurre le buonuscite ai vertici delle partecipate. La manager, però, non pare intenzionata. Il Fatto ha chiesto chiarimenti a Terna, che non commenta.