il venerdì, 17 aprile 2026
Stampa cannibale: il giornalista che tradì l’assassino
Affidare la storia della propria vita a un giornalista è un rischio calcolato o un suicidio assicurato? Prenderla in carico comporta dei limiti morali o si hanno doveri soltanto nei confronti del testo? Sono gli interrogativi ai quali ha cercato una risposta l’americana Janet Malcolm nel 1990 scrivendo Il giornalista e l’assassino, oggi pubblicato da Adelphi con uno scritto diEmmanuel Carrère.
Nel titolo manca un accento: dovrebbe essere “Il giornalista è l’assassino”. Si racconta infatti una character assassination, compiuta dall’autore Joe McGinniss nei confronti del suo soggetto, il medico dei berretti verdi Jeffrey McDonald. L’uomo, accusato di aver ucciso a coltellate e bastonate la moglie (incinta) e le due figlie, era stato assolto da un tribunale militare. Poi la vicenda giudiziaria era stata riaperta in sede penale. Per masochismo, interesse economico o semplice ingenuità l’imputato concesse allo scrittore la propria fiducia e l’accesso a tutte le attività della difesa allo scopo di scrivere un libro dei cui proventi avrebbe ricevuto una parte. Malcolm apre così: “Il giornalista è una sorta di impostore che sfrutta la vanità, l’ignoranza, la solitudine del prossimo: ne guadagna la fiducia e lo tradisce senza scrupoli”. E, nell’altro angolo: “Chi accetta di diventare protagonista di un testo di non-fiction paga a caro prezzo la lezione che riceve il giorno in cui l’articolo o il libro vengono pubblicati”. Un destino segnato. Infatti McDonald fu condannato all’ergastolo e sperimentò la beffa di leggere, a stampa avvenuta, Fatal Vision, 663 pagine in cui il suo presunto amico e sostenitore lo ritraeva come un mostro, sicuramente colpevole.
Il diritto di ingannare
Qui non è in discussione il caso giudiziario per omicidio, ma quello, successivo, in cui il soggetto del libro citò per truffa il suo autore. Il punto è: lo scrittore ha certamente il diritto di farsi la propria opinione. McGinniss, da infiltrato, pensò di aver capito movente e modalità del delitto e pure la psicologia malata di McDonald. Ma aveva anche il diritto di ingannarlo, facendogli credere di essere dalla sua parte e che il libro avrebbe dimostrato la sua innocenza e reindirizzato l’appello? Poteva incarnare il cinismo al punto da scrivergli, mentre era in carcere: “Meno male che non ti sei ancora ammazzato: per il libro sarebbe un fallimento”?
Tutti gli autori che si avvicinano a una persona e la rendono personaggio sono cannibali. La divorano e risputano, rendendola altro da sé. Dopo, per molti lettori, resterà soltanto la versione letteraria. Dall’altro lato chi accetta di farsi raccontare soffre di quello che Malcolm definisce sindrome di Sherazade: “Vive nel terrore di risultare poco interessante e molte cose strane che rivela ai giornalisti – con imprudenza quasi suicida – si devono al disperato bisogno di mantenerne inchiodata l’attenzione”. Se l’intervistatore smette di prendere appunti, di registrare, se guarda di lato l’intervistato confessa qualcosa che ha opportunamente taciuto da sempre. È una regola, può diventare un metodo.
Diversi scrittori intervistati da Malcolm sostengono che il “tradimento calcolato è una procedura standard”. Ci sono casi illustri di inganno (e cinismo). Truman Capote si insinuò nell’anima di uno degli assassini di A sangue freddo, lo sedusse e sperò poi nell’esecuzione capitale per poter pubblicare il libro. Il soggetto non crede, si illude, il disinganno è perfino puerile: come potè Silvio Berlusconi provarlo nei confronti di Alan Friedman? Pensava di averlo conquistato o comprato? Emmanuel Carrère per Vite che non sono la mia ebbe guai con la madre e la ex compagna. Gad Lerner dopo Scintille fu citato dal padre; Karl Ove Knausgård dopo La mia lotta da tutta la famiglia. Hanno tradito la verità dei fatti o la percezione di chi li ha commessi? E soprattutto di chi è la storia: di chi l’ha vissuta o di chi la narra? È un equilibrio instabile, un accordo impossibile. Ognuno ha la propria strategia e il risultato accontenta, quando lo fa, uno soltanto. A volte l’esito è bizzarro.
Il maresciallo contaballe
Racconto qui un episodio esemplare che mi accadde anni fa. Da un paese della Liguria continuavano a uscire notizie ai limiti dell’assurdo, che venivano pubblicate anche se poi non vi erano prove dell’accaduto. Soltanto una cosa le collegava: a rivelarle in conferenza stampa era sempre lo stesso maresciallo dei carabinieri. Scoprii che era stato precedentemente in Piemonte e anche lì erano accadute cose incredibili e non dimostrate. Gli chiesi allora un’intervista, che si protrasse finché ammise di inventarsi quei fatti per sfidare il maresciallo dei racconti di Mario Soldati. Ne ridemmo. Poi scrissi come era la storia e come non erano le notizie. Tempo dopo mi telefonò: era stato trasferito in località indesiderata. Mi chiedeva di affermare pubblicamente che avevo inventato tutto. Il corto circuito era completo. Questo porta alla conclusione di Janet Malcolm: “È la tensione tra il cieco egocentrismo del soggetto e lo scetticismo del giornalista a conferire al giornalismo la propria autenticità e vitalità. I giornalisti che si bevono l’intera versione del soggetto e la pubblicano pari pari non sono giornalisti ma pubblicisti”.
Come detto all’inizio, il libro di Janet Malcolm uscì nel 1990. Non poteva tenere conto di quel che sarebbe accaduto in seguito e che avrebbe smascherato il soggetto principale della sua indagine. Joe McGinniss infatti non era soltanto “pregiudicato”, fu pure recidivo. Nel suo primo libro (Come si vende un presidente) pur essendo un elettore democratico, aveva ottenuto di lavorare nel comitato repubblicano per l’elezione di Richard Nixon. Ne trasse una ricostruzione ostile, seppure oggettiva, che deluse assai chi gli aveva aperto ogni porta. Di questo Malcolm era consapevole e lo riporta. Non poteva sapere quel che accadde in seguito. McGinniss, che in America era ormai tenuto a distanza, esportò il suo metodo in Italia. Lesse il curioso caso di Castel di Sangro, paese abruzzese di seimila abitanti la cui squadra di calcio era stata promossa in serie B, e si trasferì nella cittadina per tutta la durata del campionato seguente, con il consueto obiettivo dichiarato di trarne un libro e l’altrettanto consueto intento di farlo trovando la chiave più sensazionalistica, spacciandosi per solidale e poi colpendo alle spalle. Nonostante il titolo Il miracolo di Castel di Sangro, scriverà: “La favola. Il miracolo. La potenza della speranza. Mamma mia, quante stronzate”. McGinniss svelò le manovre dietro l’ascesa della piccola società controllata da grandi nomi (uno era il futuro presidente della Federcalcio, Gravina), poi si lasciò trascinare evocando doping, combine, cosche di paese. Magari arrivava alla verità, seppur con un percorso discutibile, però proseguiva verso le lande della fantasia, a fini commerciali. Una delle recensioni di quel libro fu firmata da Andrea di Robilant, al tempo corrispondente da Washington per La Stampa. McGinniss non la gradì e lo subissò di mail che contenevano offese e minacce, tra cui quella di far uscire un testo che rivelasse le presunte perversioni dell’innocente recensore. Continuò per anni finché, nel 2014, morì. Nel 2021 è morta Janet Malcolm. E il giornalismo, quello autentico e vitale, non sta tanto bene.