Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 18 Sabato calendario

Intervista a Matteo Ruggeri

È uscito dal campo contro il Barcellona con la testa fasciata per una ferita al sopracciglio e un sorriso orgoglioso. Matteo Ruggeri, 23 anni, cresciuto tra i colli di Bergamo, a Zogno, è a Madrid da pochi mesi ma è già un pretoriano del Cholo Simeone nell’Atletico Madrid e uno dei due italiani, con Calafiori, in semifinale di Champions. Il modo migliore per dimenticare l’esclusione dalla Nazionale nei disastrosi play-off.
Ruggeri, come va la testa?
“Ho preso un bel colpo ma va già molto meglio, sto recuperando”.
La sua partita contro il Barça sarà ricordata per il duello con Lamine Yamal.
“Siamo stati bravi come squadra, l’obiettivo era limitare un giocatore che, anche se ha 18 anni, ha grandi qualità e doti straordinarie. Poi certo, contro di lui ci sono più occasioni di uno contro uno. È stata una bella battaglia tra di noi”.
In campo cosa vi siete detti?
“Qualcosa c’è stato, ma non mi faccio distrarre dalle provocazioni, è giusto che sia così a questi livelli. Quello che succede in campo produce chiacchiere, ma le chiacchiere non sono il campo”.
Questa sera la finale di Coppa del Re contro la Real Sociedad.
“Sarà una grande notte, lavoriamo tutto l’anno per partite così. Siamo carichi, convinti, ma sappiamo che non sarà facile, la Real è forte”.
Ha delle superstizioni, dei riti, prima delle partite?
“Sono molto pratico, non amo fare cinema. Senza nulla togliere a chi ha i propri riti. A me bastano venti minuti di musica: mi carica. Metto nelle cuffie canzoni latine, allegre, un po’ di reggaeton. Ora soprattutto brani di artisti spagnoli”.
Anche sua sorella vive in Spagna, ha imparato con lei la lingua?
“Diciamo che mi ha indirizzato. Anche mio padre la parlava già un po’, avendo lavorato come trasfertista spesso a Valencia”.
Lei posta sui social molte foto con i nonni. Una con il nonno sulla sua supercar.
“Appena è salito sulla Lamborghini mi ha detto: ‘Ah, ma è larga, eh’. E io: ‘Certo nonno, cosa pensavi che fosse, una Panda?’. Però sì, con i miei nonni ho sempre avuto un legame molto stretto. Quelli nelle foto sono i genitori di mia mamma. Ne ho pubblicata anche una solo con la mamma di mio papà, perché il nonno paterno non c’è più”.
Li frequenta molto.
“Sono i valori che mi ha trasmesso la mia famiglia: legami profondi e restare quello che sei”.
La Nazionale è rimasta fuori dai Mondiali un’altra volta e lei non è stato nemmeno preso in considerazione da Gattuso.
“Ho guardato la partita con i miei amici, qui a Madrid, a casa, sul divano. Ovviamente soffrendo. È andata così e bisogna ripartire a testa alta e guardare avanti”.
In molti l’hanno rimpianta.
"Non ho nulla da ridire al riguardo. La mia unica speranza era che ci qualificassimo”.
Qual è il suo primo ricordo legato al calcio?
«Il primo che mi viene in mente è quando mio papà mi disse che l’aveva chiamato un osservatore e mi avevano preso all’Atalanta. Io avevo cinque o sei anni, non sapevo nulla: mi aveva portato al campo senza dirmi che fosse un provino».
Ha ricordi di quegli anni?
“Ricordo un allenatore, quando ero piccolo, che mi diceva di non tirare troppo forte perché potevo fare male ad altri bambini. Avevo già la gamba potente. Poi a quell’età sei un po’ incosciente”.
Ha fatto male a qualcuno?
“No, ma in casa ho rotto quadri, vasi, ho spaccato di tutto. Mamma quante me ne ha dette, l’ho fatta impazzire. Ed era sempre lei ad accompagnarmi agli allenamenti e a riportarmi a casa. Il weekend alle partite invece andavo con papà”.
In Spagna adesso la chiamano gladiatore, per quella partita finita con la testa fasciata.
“Fa piacere. Ma i miei soprannomi sono altri. Un mio amico mi chiama Osso, per dire che non mollo mai, tipo un osso duro. Altri Tigre, penso per lo stesso motivo. Ora lo usano anche qui, nello spogliatoio”.
Ecco, lo spogliatoio. Com’è dividerlo con Griezmann?
“Adesso, è diventato quasi normale. Però, tralasciando il giocatore che tutti conosciamo, lui ti trasmette allegria, sempre con il sorriso. Anche Koke, il capitano. Qui tutti trasmettono positività, nel gruppo è fondamentale. Prima che campioni, sono persone da 10 e lode”.
Che le hanno detto all’arrivo?
“Il primo giorno era difficile realizzare di essere in una squadra con campioni del genere. Mi sono presentato e loro mi hanno fatto sentire subito a casa, credo sia il segreto dell’atmosfera che crea Simeone”.
Ha altre passioni oltre al calcio?
“La MotoGp e Valentino Rossi. Prima non mi perdevo una gara, se ero a pranzo fuori tornavo di corsa a casa per vederle in tv. Da quando ha smesso Valentino non ho più quell’interesse, anche se fa sempre piacere se vince Bezzecchi o Bagnaia o un altro italiano. Da piccolo facevo anche motocross con mio cugino, però poi quando ho iniziato col calcio, basta”.
Valentino non è stato più sostituito nel suo cuore?
“Adesso guardo tutte le partite di Sinner, sta facendo qualcosa di incredibile. Anzi, lo vorrei salutare e fargli i complimenti per la vittoria a Montecarlo: fantastico”.
Vi siete conosciuti?
“Sfortunatamente ancora no. Ho parlato al telefono l’altro giorno con il suo allenatore Vagnozzi. Anche lui sta facendo un lavoro straordinario”.
L’importanza degli allenatori l’ha imparata nel vivaio dell’Atalanta?
“L’Atalanta a livello giovanile cura tutti i minimi particolari. Parte da una base che non tutte le squadre hanno: prima ti fanno crescere come persona, poi come calciatore”.
Qualcuno di questi dettagli?
“Spesso spendono mezz’ora in più di allenamento solo sulla fase offensiva o su quella difensiva. Persino sulla posizione del corpo, e solo per il tuo bene, per far sì che impari le cose necessarie per diventare un giocatore”.
Cos’è il cholismo, visto da dentro?
“È la teoria di non accontentarsi mai, di cercare sempre di fare qualcosa in più e di migliorarsi. Quando ci sono ostacoli, non abbattersi. E credetemi, è questa idea, un’idea fortissima, che respiri ogni giorno, che ci ha portati fino a qui”.