la Repubblica, 18 aprile 2026
Intervista a Augustin Hadelich
È fermo nel suo diniego Augustin Hadelich, violinista top class che ha da poco compiuto 42 anni, genitori tedeschi, cresciuto in Toscana, cittadinanza statunitense. Non risponderà a domande sull’incidente che ne ha segnato la vita: l’incendio nella fattoria di famiglia vicino Livorno che da adolescente, mentre già era un prodigio dell’archetto, gli causò ustioni severe nella parte superiore del corpo e una mano, per cui furono necessari numerosi interventi ricostruttivi. Non ne può più di questa storia perché troppo spesso, dalla stampa in cerca di sensazionalismi, lui viene identificato con quanto gli è accaduto tanti anni fa – qualcosa che adesso è molto distante da lui: se non dimenticato, perlomeno insabbiato nella memoria. Quel che oggi fa ed è, invece, tende sempre a passare in secondo piano. Hadelich, vincitore di un Grammy nel 2016, fra qualche giorno torna in Italia. A Roma suona il Concerto di Čajkovskij con l’orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, sul podio Joana Mallwitz (30 aprile, 2-3 maggio). In ottobre sarà a Milano con la Filarmonica della Scala per il Concerto di Sibelius, direttore Riccardo Chailly.
Maestro, malgrado lei non voglia rievocare il passato, si sente però di dire qualcosa ai ragazzi coinvolti nel rogo di Crans-Montana, che hanno pressappoco la sua età d’allora, e ancora stanno in ospedale o ne sono appena usciti?
«Auguro loro forza e pazienza per affrontare i complicati anni a venire. Perché, per quanto difficile possa essere immaginarlo all’inizio, so per esperienza personale che è possibile ricostruire una vita serena dopo una catastrofe. Riguardo a me, di rado penso a quell’evento capitato durante l’adolescenza».
Veniamo alla musica. Lei sostiene che il violino sia uno degli strumenti più spietati che esistano.
«È uno strumento arduo a causa della difficoltà a produrre il suono e della distanza minuscola che passa tra una nota e l’altra sulle corde. Perciò i violinisti devono vivere come atleti, mantenendosi sempre in forma. Se non ho dormito bene, il mio modo di suonare lo rivela, e si percepisce dal suono quando un violinista è anziano. Quindi non consumo alcolici né caffeina, e sono molto disciplinato riguardo agli orari, all’alimentazione, alle abitudini di studio».
A Roma porta il Concerto di Čajkovskij, una delle pagine più trascinanti del tardo 800…
«Mi accompagna da quando avevo dodici anni. Čajkovskij lo compose durante una vacanza presso il lago di Ginevra, dove era in compagnia del suo allievo e presunto amante Iosif Kotek. Credo che i suoi sentimenti per il ragazzo vi siano riversati. Avrebbe voluto dedicarglielo, ma le voci su questa liaison già ne minacciavano la reputazione in Russia».
E il Sibelius che fa a Milano?
«Poco dopo la composizione un critico ne derise l’ultimo movimento definendolo una danza per orsi polari. Come molti critici musicali si sarà ritenuto spiritoso, sagace. Comunque c’è un che di inquietante e primordiale nei ritmi di questa musica finlandese».
In che misura si sente italiano?
«I miei si trasferirono nella campagna vicino a Cecina nel 1981, qualche anno prima che nascessi. Sono cresciuto con un’identità culturale germanica, parlando tedesco. Ma la mia formazione musicale si è svolta in entrambi i paesi – in Italia anche con Uto Ughi. Eppure in nessuno dei due mi sentivo del tutto a mio agio. L’equilibrio l’ho raggiunto soltanto in quel crogiolo di culture che è New York, dove non ho sentito più il bisogno di spiegare da dove venissi o di scegliere un paese piuttosto che un altro. Lì potevo essere tedesco-italiano-americano. Tuttavia se penso alla parola “home” mi vengono in mente le distese toscane di ulivi».
Però la lingua italiana l’ha accantonata.
«Riaffiora dopo qualche giorno che la ascolto e la parlo. D’altronde in Italia ho frequentato la scuola elementare, anche se poi sono stato istruito dai miei genitori».
Come mai i suoi hanno preferito farla studiare in casa?
«Avevo bisogno di più tempo per esercitarmi con il violino e per prendere lezioni dovevo trascorrere parecchio tempo in Germania».
In America si è trasferito dopo l’incidente?
«A vent’anni. Stabilirmi lì ha rappresentato un nuovo inizio dopo un tempo difficile. Vi ho trovato la felicità, una comunità, amicizia e ispirazione».
Cosa sono diventati oggi gli States?
«Mi fa sorridere che ultimamente nelle interviste mi chiedano spesso di spiegare l’America. Ma nessuno può davvero spiegare una terra così grande, con tante contraddizioni e culture che coesistono. Certo una nazione fondata su ideali ambiziosi ha bisogno di porsi grandi domande per comprendere se li stia realizzando adeguatamente. E benché ora il “sogno americano” sia spaccato tra visioni buone e incubi, mi pare però che il pessimismo non prevalga. Anche se come riuscire a far largo all’ottimismo, questo paese non l’ha ancora capito».