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 2026  aprile 18 Sabato calendario

Arbasino show, il Dorian Gray della letteratura

Arbasino non può che fare Arbasino. Se ne accorge ben presto Raffaele Manica chiamato a curare nel 2009 le opere dello scrittore lombardo e a redigere la cronologia – vita e opere – per il suo doppio Meridiano. L’ottantenne autore propone di racchiudere il tutto in una cartella di 2000 battute per rendere conto di ciò che ha pubblicato e fatto nel corso della propria lunga carriera. Non gradisce né di scrivere di sé né di lasciar scrivere di lui il critico. Dopo qualche piccolo screzio e garbati rimproveri, Manica ha un’idea: usare il metodo Arbasino, meglio la funzione Arbasino: «Porre sullo stesso piano ogni momento del passato aggiungendo il presente, come se tutto accadesse o fosse accaduto simultaneamente».
Detto altrimenti, costruire una gabbia con luoghi, opere, accadimenti della vita di Arbasino e date di riferimento per lasciare che sia lo stesso Arbasino ad ampliare il tutto scrivendone ex novo. Ne scaturiscono oltre un centinaio di pagine fitte di nomi, titoli e avvenimenti usando il già scritto e il già detto, citando e citandosi, come se Arbasino fosse alle prese con un interminabile articolo, come ha fatto a partire dal 1975 su questo stesso giornale, al ritorno da visioni di opere liriche, concerti, rappresentazioni teatrali, letture di libri, esposizioni museali e non, e innumerevoli viaggi nei quattro continenti con annessi e connessi.
Il trucco usato dall’accorto Manica non è banale. Arbasino ha sempre scritto al presente, l’unico tempo verbale per lui possibile, un presente-presente dove anche il passato nelle sue varie formule sintattiche si manifesta nella costante contemporaneità dell’atto del dire; meglio, dello scrivere, dato che lo scritto di Arbasino è sempre un parlato, una conversazione continua e inesauribile. Rieditando il suo romanzo per eccellenza Fratelli d’Italia (1963), ripubblicato pochi mesi fa da Feltrinelli che ne era stato il primo editore, Giovanni Agosti ha scovato, e quindi eliminato, l’unico passato remoto («arrivarono») in un libro tutto coniugato al presente, per quanto poi abbia subito precisato che con quel romanzo fiume Arbasino «trafiggeva il presente rendendolo passato remoto»: tout se tient.
La lotta con il tempo, non solo verbale, è una delle questioni capitali della vita e dell’opera di Alberto Arbasino, come è stato detto dai suoi critici più accorti. Lo si vede bene in questa Autocronologiariedita da Adelphi, che riprende e integra quella del Meridiano. Se si eliminassero le indicazioni temporali – le famose date che lui non voleva – questo testo sarebbe come un lunghissimo piano sequenza che dura una sola giornata, dall’alba – la nascita – al tramonto – la morte, che poi sarebbe quella «compresenza dei tempi» che il curatore di questo volume ha indicato. Chiunque abbia letto, o solo compulsato, le versioni di Fratelli d’Italia, dalle 532 pagine della prima edizione fino alla quarta, che di pagine ne ha 1371, sa quanto impellente sia il bisogno di infilzare il passato includendolo in un eterno presente, vera ossessione dello scrittore lombardo.
Il centro di gravità permanente dell’Autocronologia è una forma d’attualismo, la vocazione d’essere sempre in atto, in azione, attraverso una passione per la velocità che lascia stupefatti, una velocità anche da fermo, che punteggia le cronache culturali di Arbasino, non a caso definito da Calvino, suo primo editor da Einaudi, «principe della cronaca culturale del nostro secolo». Arbasino può competere solo con D’Annunzio, fatto salvo che il Vate era un attore protagonista, mentre Arbasino è stato prima di tutto uno spettatore e testimone del gran gioco del mondo, capace tuttavia di trasformarsi egli stesso in attore grazie alla letteratura.
Del resto, questo è il cambio di prospettiva che s’è compiuto nel passaggio dal XIX al XX secolo. La forza letteraria di Arbasino si fonda, oltre che sulla inesauribile curiosità, su una lingua che è testimone inesausta del suo sentimento del tempo. Si resta abbacinati nel percorrere le pagine dell’Autocronologia, che inizia, come in un romanzo dell’Ottocento, con la nascita di Nino Alberto a Voghera, il 22 gennaio 1930 poco dopo la mezzanotte sotto il segno dell’Acquario. Passando poi per le pagine genealogiche di genitori, parenti prossimi e rami generazionali, fino all’arrivo salvifico a Roma nel 1957, dove rinasce una seconda volta, momento in cui tutto comincia progressivamente ad accelerare sino alla corsa finale.
Eppure, oltre le opere e i viaggi, ben poco si sa della biografia del più deliberatamente autobiografico dei nostri scrittori. Manica parla di riservatezza, la stessa che ha dovuto vincere per fargli scrivere la sua autocronologia: parla poco di sé, se non attraverso «filtri di vario genere» (fatti, oggetti, persone) e dà poca confidenza agli altri, «persino al lettore». Come ha fatto a diventare nonostante questo uno scrittore transgenerazionale? Forse coltivando memorie, con la propria venerazione del passato, scrive Manica, «ma non ancorando il passato a una data».
L’eterna giovinezza di Alberto Arbasino ne fa in un certo senso, grazie alla freschezza della sua scrittura, una sorta di Dorian Gray della nostra letteratura. Ci è riuscito omettendo qualcosa di sostanziale di sé, che Agosti ha ben evidenziato nella postfazione alla riedizione di quella prima edizione di Fratelli d’Italia, là dove ha cercato di fornire la filologia dei personaggi in carne e ossa di quel romanzo, a costo anche di «riaprire, qua e là, alcune delle ferite che avevano portato l’autore a chiedere che il suo cuore non fosse più cercato». Agosti cita uno spietato giudizio di Pier Paolo Pasolini (anno 1967) secondo cui «Arbasino ha avuto amputati alcuni sentimenti, e ora se ne va per il mondo sempre allegro come un moncherino o cane cieco». La pungente osservazione del poeta è esatta e spiega le ragioni di quella reticenza e nel contempo rende conto del bisogno di Arbasino di essere sempre nel presente divorando il passato prossimo e quello remoto.
Ci spiega anche come, scansando ogni forma di sentimentalismo e facendo vibrare la corda ironica, ma senza cadere nel cinismo, Arbasino sia stato così leggero e insieme assoluto, nascondendo la sua inevitabile tragicità in quella superficie dove Hofmannsthal consigliava di occultare la profondità stessa. In questo è così lontano letterariamente dal suo amico PPP, e invece vicino a due suoi quasi coetanei, Giorgio Manganelli e Italo Calvino, al pari di lui palombari del presente.