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 2026  aprile 18 Sabato calendario

A Hormuz manca la mappa delle mine iraniane

La paura delle mine può continuare a frenare per settimane il movimento di petroliere e mercantili attraverso Hormuz. Di fatto, le parole di Donald Trump sulla prossima rimozione degli ordigni, condotta secondo lui dagli iraniani in collaborazione con gli Usa, confermano la presenza di uno sbarramento di trappole esplosive proprio nel mezzo dello Stretto. Finora non c’erano state dichiarazioni ufficiali sull’esistenza delle mine: l’allarme è nato da un comunicato dei Guardiani della Rivoluzione, che indicava una zona pericolosa per la «probabile» barriera. Ma la compagnia tedesca di shipping Hapag-Lloyd, uno dei colossi del commercio marittimo, quattro giorni fa era certa della minaccia, tale da fermare ogni spedizione di merci nel Golfo.
Adesso il problema è capire dove sono le mine e chi si occuperà di disinnescarle. I pasdaran infatti le avrebbero gettate in maniera frettolosa, usando probabilmente pescherecci per evitare di finire sotto il tiro dell’aviazione statunitense: non esisterebbe una mappa esatta della loro posizione. Stando alle indiscrezioni, nel corso dei negoziati gli emissari degli ayatollah avrebbero posto la questione con chiarezza: «Non sappiamo dove si trovino e non abbiamo strumenti per neutralizzarle».
Si è parlato di almeno dodici “Maham 3”, ciascuna con 120 chili di tritolo, nascoste nei fondali: dispongono di un sensore magnetico, attivato dalla massa metallica delle navi, e di uno acustico, che le fa saltare in aria quando sente il rumore delle eliche. Individuare le “Maham 3” senza disporre delle coordinate è una missione molto complessa. I cacciamine non possono avvicinarsi, altrimenti il suono dei motori le farebbe esplodere: devono mandare un mini-sottomarini teleguidato – in pratica un drone degli abissi – che setaccia il fondale con un sonar.
Una manovra lenta e meticolosa: viene perlustrata un’area di circa un chilometro di lunghezza e due di larghezza ogni ora. Per avere la certezza che la navigazione non corra pericoli, sono necessarie settimane di attività da parte di molte unità specializzate. Nel 1991 per liberare la fascia costiera del Kuwait – riempita di ordigni dagli invasori iracheni – una cinquantina di cacciamine hanno lavorato per quasi sei mesi. Adesso però pochissime marine dispongono di questo modello di navi: l’Us Navy e la flotta di sua maestà, ad esempio, le hanno rottamate; gli italiani ne schierano otto della classe Gaeta, considerate tra le migliori. Toccherà alla squadra dei Volenterosi occuparsi della pulizia? Al momento la Casa Bianca pare contraria.
Negli ultimi giorni sono circolate notizie pure su ordigni iraniani vecchio stile, quelli irti di inneschi a contatto che li rendono simili a ricci: vengono ancorati con una catena, che in alcuni casi si sarebbe spezzata facendole finire alla deriva del Golfo. Un’insidia che complica ulteriormente lo scenario, perché obbliga a sorvegliare anche la superficie del mare e impedisce le ricerche notturne degli sminatori: al tramonto ogni missione va fermata.