Corriere della Sera, 18 aprile 2026
Intervista a Patrizia Sandretto Re Rebaudengo
La sua nuova sfida è una candidatura già andata in porto: la città piemontese di Alba sarà capitale dell’Arte contemporanea nel 2027. Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, collezionista d’arte contemporanea, mecenate e solido punto di riferimento per artisti e creativi di tutto il mondo, è la presidente del Comitato che si propone di aggiungere alla città della tradizione industriale dei Ferrero una lettura artistica.
Come sta costruendo questo appuntamento del 2027?
«Alba Capitale dell’Arte contemporanea 2027 nasce dall’immagine poetica e molto chiara racchiusa nel titolo Le Fabbriche del Vento, che abbiamo tratto da due dipinti di Pinot Gallizio. È un titolo che evoca un paesaggio in cui l’arte si propaga. Come abbiamo scritto nella candidatura, il titolo è la metafora di un territorio che genera movimento, pensiero, trasformazione, un territorio che si trasforma in un laboratorio aperto, in cui la cultura si diffonde come l’aria, invisibile ma necessaria. Il modello di Alba 2027 assume l’arte contemporanea come leva strategica per ripensare i luoghi, costruire nuove relazioni, favorire scambi e conoscenze e consolidare la visibilità della città sulla scena internazionale».
Facciamo un passo indietro, torniamo agli inizi del suo rapporto con l’arte contemporanea. Come è cominciato tutto?
«Con un viaggio a Londra. Era il 1992. Era con me Rosangela Cochrane, amica e collezionista esperta: mi ha accompagnata alla Lisson Gallery e mi ha presentato Nicholas Logsdail. Il gallerista aveva preparato per noi un programma di visite negli studi di alcuni suoi artisti. La mia prima visita fu nello studio di Anish Kapoor».
E lì scoccò la scintilla?
«Ricordo tutto di quel giorno: la giornata piovosa di maggio e il cielo grigio, l’ora in auto per arrivare allo studio e finalmente l’ingresso in un luogo incredibile».
Incredibile perché?
«In quel loft immenso, mi sono ritrovata in mezzo a una moltitudine di opere disposte a pavimento, una costellazione di piccole sculture ricoperte da pigmenti blu, rossi, gialli. È stata un’emozione fortissima, indimenticabile, un vero e proprio imprinting».
Prima di questa folgorazione chi era stata Patrizia Sandretto?
«Una laurea in Economia e commercio e poi in fabbrica con papà Dino e zio Tommaso. L’azienda costruiva presse per la stampa di materie plastiche».
E ancora?
«Una mamma, di Eugenio ed Emilio»
La prima uscita nel mondo dell’arte contemporanea?
«A Sant’Antonino di Susa. Con una installazione che riscosse un po’ di ostilità ma alla fine tutta la gente del posto ci ha dato una mano».
Collezionista in giro per il mondo.
«Verso i figli qualche senso di colpa c’è stato. Ricordo una volta, una partenza durante la varicella di uno dei due figli. Senso di colpa sì, ma anche senso di colpa perché magari avrei perso una mostra importante».
Parliamo dei suoi figli.
«Li ho educati ad essere cittadini del mondo, con un impianto di valori molto solido. Credo e spero di aver trasmesso l’importanza del rispetto e della cultura. Posso dire di sentirmi realizzata e senza neppure quel sentimento di nostalgia verso il passato. Non mi appartiene».
Delusa da qualche artista sul quale magari aveva puntato?
«Delusa no. Ho guardato e comprato opere di artisti che poi sono spariti dalla scena, questo sì. Anche se...».
Anche se?
«Le opere parlano del momento in cui sono realizzate. Quando guardo ad un artista è come se guardassi a dei figli, considerando che dopo la cessione dell’opera alla casa d’asta, loro non prendono più un euro».
L’arte contemporanea è un bene rifugio?
«Non liquido. Un’opera d’arte non la rivendi in un giorno».
L’opera che non ha.
«Mi piacerebbe avere il Grande Vetro di Duchamp. Poi ci sono stati artisti che ho guardato a lungo, tipo David Hammons ma che non ho mai comprato».
L’attimo che precede l’acquisto cos’è: intuito, ricerca, brivido, azzardo. O tutte queste sensazioni messe insieme?
«A me piace commissionare le opere, questa è la funzione di una mecenate. A Guarene (una collina, un museo a cielo aperto che spicca per le installazioni volute da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, ndr) avevo commissionato un’opera che il Covid ha fermato. Poi vederla lì è stato un momento molto emozionante. La committenza per me è importante. E quando vedo l’opera realizzata mi emoziono. Così come è emozionante vedere i bambini girare per i locali della fondazione a guardare e a leggere l’arte. Provo la stessa emozione con le persone fragili».
Racconti.
«Abbiamo creato con l’aiuto di mediatori e mediatrici, figure fondamentali per l’approccio all’arte contemporanea, percorsi che consentono la lettura delle opere».
Un ricordo speciale?
«La lettera di un idraulico torinese che aveva visto l’opera New Ocean. Mi scrisse: “sono venuto alla fondazione e con l’aiuto di una mediatrice ho scoperto un mondo nuovo, un modo diverso di raccontare l’acqua. Tornerò. Grazie”. Oppure una persona non vedente che con l’aiuto di Annamaria, un’altra delle nostre mediatrici, riuscì ad immaginare anzi direi quasi a vedere una donna rappresentata di schiena. Ecco, loro hanno visto l’arte».
Ma è vera arte? Luciano De Crescenzo nel suo celebre film “Il mistero di Bellavista” risponde sconsolato a Saverio il netturbino (l’attore Sergio Solli) e a Salvatore il portinaio (Benedetto Casillo) che gli chiedono se un oggetto di uso comune, in quel caso un water, può essere considerato un’opera d’arte rispetto magari ad un panorama della scuola pittorica dell’Ottocento napoletano. Lei che direbbe?
«Non credo nella dicotomia tra arte classica e arte contemporanea. L’arte è arte. E ci sono artisti contemporanei che guardano all’arte antica creando contaminazioni interessanti. Poi è innanzitutto una questione di rispetto».
In che senso?
«Io ho imparato a rispettare l’artista. Davanti ad un taglio di Lucio Fontana non si può dire sarei capace di farlo anch’io. Credo che sia necessario ascoltare di più e parlare di meno, studiare, leggere, esercitare l’occhio».
A proposito. L’intelligenza artificiale ha contaminato anche l’arte contemporanea?
«Molti artisti la usano. Nel 2015 ospitammo una mostra di Ian Cheng che aveva creato un’opera utilizzando l’algoritmo. Ne venne fuori una storia artistica che si autogenerava ogni mattina, una specie di soap opera molto interessante».
L’Intelligenza artificiale che sta sostituendo un po’ tutti lo farà anche con gli artisti contemporanei?
«Non credo che l’Ai possa generare un’opera. Quella viene fuori dalla creatività, dal talento. Certo il tema è molto forte. Forse più che non credo, avrei dovuto dire spero di no, perché l’intelligenza artificiale entra sempre di più nella nostra vita. E nell’arte è anche quotata bene. Un’opera generata mettendo insieme 15 mila ritratti tra il quattordicesimo e il ventesimo secolo è partita da 15 mila euro per arrivare a 432 mila».
C’è bisogno di dichiarare l’uso dell’Ai?
«Gli artisti lo fanno. Così come dichiarano di usare stampanti in 3D. Supporti che ci proiettano nel futuro e ai quali dobbiamo guardare senza diffidenza. Anche quando nacque la fotografia si disse che non sarebbe mai stata un medium. E invece...».
Come immagina molto più in là il futuro della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e tutta la sua ricerca nell’arte contemporanea?
«Ci ho creduto e ho investito anche per un senso di restituzione verso la mia terra. I miei figli porteranno avanti i progetti a Torino, Guarene, Venezia (l’isola di San Giacomo che inaugura il 7 maggio, ndr). E anche i miei nipoti Viera e Vittoria. Sono piccoli ma hanno già scritto un decalogo in cui è detto: non toccare l’opera d’arte».