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 2026  aprile 18 Sabato calendario

Intervista a Paolo Crepet

Paolo Crepet, l’intervista è finita. Vuole aggiungere qualcosa?
«Vorrei sapere se, leggendo il mio libro, ne ha sentito l’inquietudine».
Se per inquietudine intende il desiderio di portare salvezza a chi legge, sì. Sembrava che scrivesse come per cercare un miracolo.
«Ne sono felice. Perché, a 75 anni, terminata la scrittura, resta il mal di schiena. Io lo so che, se scrivo tutte le notti, la schiena ne risentirà. Però, non ho potuto fare a meno di farlo».
Il libro appena uscito per HarperCollins s’intitola Riprendersi l’anima e segna la svolta spirituale di Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, scrittore e volto tv. L’intervista era iniziata con lui che raccontava che finora non si era permesso di parlare della sua famiglia, dei suoi maestri, dei suoi amori e diceva: «Troppo intimo, troppo penoso mettersi a nudo».
Come e perché abbiamo perso l’anima?
«Per vana gloria, per un eccesso di sicurezza, per mancanza di sobrietà. L’abbiamo persa quando abbiamo smesso di sentire la vita. Qualche giorno fa, mi ha scritto una ragazza da Teheran. Chiedeva: “La gente sa che vuol dire fare una borsa in due minuti?”. Intendeva: scappare dai missili. Eppure, tra un missile e l’altro, mi parlava di suo marito, della speranza di riabbracciarlo. Ecco, questa è vita. Noi abbiamo perso la capacità di ascoltare il dolore del mondo, ma anche la sua speranza. Riprendersi l’anima vuol dire tornare lì».
Alla fine, questo libro popolato di angeli e di cimiteri in cui nessuno è davvero morto è il suo esercizio di restituzione?
«Io so che, se posso essere un punto di riferimento per una ragazza che forse domani non ci sarà per colpa nostra, significa che non ho buttato via la mia vita. Questo è rincorrere le stelle anche se temi che si eclissino. Sentivo il bisogno di restituire qualcosa dell’enorme bagaglio che mi è stato dato, anche da persone incontrate per caso, come un signore in un bar veneziano in una giornata in cui non volevo uscire, ma un angelo mi ha suggerito di farlo. E quello sconosciuto mi ha detto “viaggiare descanta”. Una cosa che neanche Ungaretti».
Come si riconosce la voce di un angelo?
«Senti che c’è. O ne hai così bisogno che te la inventi. Non so se gli angeli ci sono davvero, ma io ci credo. Sono stato un giovane cinico come tanti coetanei e cinico perché la vita mi ha indurito: ho avuto lutti precoci, non ho mai avuto partiti o protettori. Ma il cinismo è diventato un romanticismo in cui arrivano angeli che magari sono persone».
Perché era importante sentire le parole «viaggiar descanta»?
«L’angelo voleva dire che esiste l’ombra della notte e non bisogna averne paura perché esiste anche un’alba imprevista».
Sembrano le notti paurose di cui scrive, quelle in cui guarda il soffitto scuro e riesce a leggerci ombre che «nascondono anche proficui angeli» e da cui si sveglia «con le mani sporche di lacrime».
«Notti che ci sono sempre state. Notti di dubbi, paure, domande».
Lei sembra uno che ha tutte le risposte.
«Forse mi metto i maglioncini colorati apposta per dissimulare».
Quali sono stati i suoi dolori?
«Fare una bella passeggiata alla porta di Brandeburgo con un uomo straordinario come il mio maestro Franco Basaglia e venti giorni dopo sapere che gli avevano diagnosticato un cancro. L’ultima volta l’ho visto il 2 agosto 1980. Sa che strada ho fatto per tornare a casa? Ho cambiato treno alla stazione di Bologna».
Era lì quando la bomba è esplosa?
«L’ho schivata perché avevo un angelo custode.
Poco dopo, muore mia madre. Stava bene e all’improvviso mi trovo con un padre antico e silenzioso, una madre che non c’è più, un maestro che non c’è più, una piccola borsa di studio per campare. E io trovo che tutto il bello che mi è successo dopo sia stupefacente».
E qui siamo a quelle che chiama «prodigiose sconfitte»: bocciato ai concorsi per diventare professore.
«Ci teneva papà. Ma col senno di poi le sconfitte prodigiose mi hanno messo su una via che non era quella dell’accademia, del riverire il prof... Non sono nato mandarino. Sono un ribelle e sono stato più felice restando libero».
Lei diventa famoso in tv da Maurizio Costanzo, che la scoprì perché da una libreria cadde un suo libro. Fu fortuna o un angelo?
«Un angelo. Ma poi in video ci sono dovuto andare io».
Lei è sempre stato credente?
«Essere senza Dio è un po’ presuntuoso».
Che mi dice dei cimiteri che ama visitare e che definisce «zone oltre le quali l’esistenza prosegue in altro modo»?
«Siamo immortali. Non potrei mai pensare che mio padre è morto: mio padre si è spostato. Anche perché chiedo talmente tante e tali cose a lui, come ad altri che non ci sono più, che non potrebbero essere morti».
Le risposte arrivano?
«Certo. Mica le cerco con ChatGPT».
Lei scrive che «l’amore è tempesta, impeto emotivo» e che la spaventa che si educhino i giovani a scegliere l’amore tiepido più di quello sovversivo. Che amori ha avuto lei?
«Nessuna persona amata è mai stata compiacente con me. Questa, per me, è la cartina di tornasole dell’amore. L’amore è fatica».

Ha scritto: più invecchio, più non capisco su cosa si debba fondare l’identità.
«L’identità non è genetica, ma sta nelle scelte, nella caparbietà, nel talento che non te lo trasmette la mamma con una poppata. Prenda Ornella Vanoni. Ricordo la nostra ultima telefonata. Voleva che la accompagnassi in una scuola per parlare alle ragazze. Disse: “Devo andare a raccontare chi sono”. Le chiesi: che cosa vuoi dire? E lei: “Che sono una ragazza che si è buttata nel fuoco”».
Come si è meritato l’amicizia di Harry Styles, 32 anni e 70 milioni di dischi venduti?
«Ci vogliamo bene, è straordinario come, nonostante il successo, riesca a essere ancora dolce, discreto. Capisco che uno si chieda che ci faccia una giovane pop star con un vecchio».
E qual è la risposta?
«Che siamo tutti in cerca di un padre».