Corriere della Sera, 18 aprile 2026
Servizi segreti contro Lo Voi, chiesta l’archiviazione
La clamorosa e inedita denuncia dei servizi segreti contro la Procura di Roma prende la strada dell’archiviazione: dopo un anno di accertamenti, testimonianze e verifiche il procuratore di Perugia Raffaele Cantone e il neo-procuratore aggiunto Gennaro Iannarone hanno chiesto al giudice delle indagini preliminari di mettere la parola fine perché «il fatto non costituisce reato».
Si chiude così, a meno di imprevedibili colpi di scena, il rivolo giudiziario di una vicenda dalle evidenti connotazioni politiche, esplosa nel momento di massima contrapposizione tra il governo e il procuratore di Roma Francesco Lo Voi; l’esposto arrivò infatti nel pieno delle polemiche sollevate dall’inchiesta aperta e subito trasmessa al tribunale dei ministri, da parte di Lo Voi, nei confronti della premier Giorgia Meloni, i ministri della Giustizia e dell’Interno Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e il sottosegretario con delega ai Servizi Alfredo Mantovano per il rilascio e il rimpatrio del generale libico Osama Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.
La storia risale al 2024 e precede il «caso Almasri». Il 24 giugno di quell’anno il procuratore Lo Voi s’era rivolto al Dis, Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, chiedendo di conoscere chi aveva fatto interrogazioni ai computer dell’Aisi (l’Agenzia per la sicurezza interna) sul conto del capo di gabinetto di Palazzo Chigi Giuliano Caputi, nell’ambito di un’indagine nata da un esposto dello stesso Caputi dopo la pubblicazione sul quotidiano Domani di alcuni articoli che lo riguardavano. La risposta con i nomi degli agenti segreti arrivò in Procura con la dicitura «Riservato» e, al momento di chiudere, il pubblico ministero Maurizio Arcuri (oggi procuratore aggiunto), col visto di Lo Voi, inserì anche quel documento tra gli atti a disposizione dei giornalisti indagati. I quali lo fotocopiarono e pubblicarono sul giornale, a ridosso dell’arresto-rilascio di Almasri, con annesse accusa e controaccuse.
Secondo il Dis i pm romani violarono la legge sui servizi segreti, che al comma 8 dell’articolo 42 prevede che i documenti classificati di cui i magistrati hanno ordinato l’esibizione possano essere visti dalle parti del procedimento ma «senza estrarne copia». Davanti al Comitato parlamentare per la sicurezza il sottosegretario Mantovano parlò di «reato grave», ma ora la Procura di Perugia sostiene il contrario: il reato non c’è – spiegano Cantone e Iannarone nella richiesta di archiviazione inviata anche al Dis, alla Procura generale della Cassazione e al Consiglio superiore della magistratura – perché il comma 8 non prevede alcuna sanzione per chi non lo dovesse rispettare. A differenza, ad esempio, del successivo comma 9, secondo cui chi «illegittimamente distrugge documenti» prodotti dai Servizi «è punito con la reclusione da uno a cinque anni».
Per questa stessa ragione il procedimento perugino è sempre rimasto contro ignoti, senza indagati. E ascoltato come testimone, Lo Voi ha giustificato il proprio comportamento così come fece davanti al Copasir: il documento messo a disposizione dei giornalisti inquisiti non rientrava nelle disposizioni del comma 8, dal momento che lui non aveva ordinato al Dis di esibirlo, essendosi limitato a chiederlo «ove non sussistano ragioni ostative», com’era scritto nella lettera inviata all’allora direttrice Elisabetta Belloni. E non poteva esserci alcuna violazione di segreto dal momento che gli indagati avrebbero comunque avuto il diritto di «prendere visione» di quell’atto (e riferirne il contenuto, essendo giornalisti). Tuttavia questa spiegazione non ha convinto Cantone e il suo vice, per i quali la risposta del Dis con il timbro «Riservato» fa comunque rientrare quell’atto nella categoria dei documenti coperti dalla legge. Ferma restando la valutazione sull’assenza di reato.
Una motivazione che potrebbe essere sufficiente al Dis per decidere di chiudere la partita senza opporsi, davanti al gip, alla richiesta della procura, accontentandosi della certificazione di un presunto illecito ancorché non punibile. Ma questo si vedrà. Il provvedimento di Cantone potrebbe però diventare lo spunto per proporre una modifica della norma e introdurre una sanzione penale per chi la viola. Mettendosi al riparo per il futuro senza alimentare, nel presente, il conflitto con la magistratura.