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 2026  aprile 18 Sabato calendario

I primi passi di Magyar e Orbán dopo le elezioni

Aveva promesso un cambio di regime, non soltanto di governo, Péter Magyar. E a pochi giorni dalla vittoria, stanno arrivando i primi segnali della grande svolta. Ieri, in segno di discontinuità con il «sistema illiberale» del suo predecessore, il premier in pectore ha annunciato che la sede del governo si trasferirà vicino al Parlamento, lontano quindi dal Palazzo dei Carmelitani, accanto al Castello di Buda, dove l’aveva portato Viktor Orbán. Sempre ieri, a oltre due settimane dall’insediamento, ha ospitato una delegazione Ue per colloqui preliminari sullo sblocco dei fondi destinati a Budapest. Mercoledì, convocato per le consultazioni dal capo dello Stato, gli ha sferrato un attacco frontale: «Lei è indegno di rappresentare l’unità nazionale» gli ha detto senza mezzi termini, ribadendo la richiesta di dimissioni. E usciti sulla terrazza della residenza presidenziale, i due hanno salutato Orbán affacciato a pochi metri: il siparietto impazza sui social. Ma a tenere banco dentro e fuori il Paese è il «Magyar show» nella tv pubblica, la «fabbrica di fake news» che per due anni lo ha attaccato ferocemente e dove è andato per la sua prima intervista dopo il trionfo. Lo studio si è trasformato in un ring, con lui all’attacco e la direttrice di rete che cercava di parare i colpi, sino all’annuncio choc: la sospensione dei media pubblici fino al ripristino dell’indipendenza.
All’indomani di questo «regolamento di conti» live, anche il grande sconfitto, Viktor Orbán, ha rotto il silenzio ma per la sua prima intervista ha preferito una testata amica, il canale YouTube Patrióta. «Un’era politica è finita», ha ammesso visibilmente giù di tono il premier magiaro uscente, che resterà in carica fino all’avvicendamento, previsto intorno al 9-10 maggio. Scuro in volto, ha parlato di «sconfitta netta»: «Domenica ho provato dolore, lunedì vuoto, e da allora mi sto curando con una sorta di terapia occupazionale», ha confidato. Si è assunto la piena responsabilità del risultato e ha ammesso che «il messaggio dell’avversario è stato più incisivo». Ha riconosciuto che il suo partito non è riuscito a entrare in sintonia con l’elettorato e ha assicurato che ci sarà un «rinnovamento profondo». E ha lasciato intendere che non si dimetterà dalla guida di Fidesz a meno che non lo chiedano i suoi. «Se la mia comunità mi dirà di sedermi in panchina, lo farò; se invece vorranno che resti a guidare la squadra come capitano, resterò», ha chiarito con la metafora della sua passione-ossessione, il calcio.
Il clima quasi da confessionale della prima uscita pubblica di Orbán contrasta con il dialogo teso, da resa dei conti, della prima intervista in diretta di Magyar. «È strano che sia passato più di un anno e mezzo dall’ultima volta che sono stato qui con voi» ha attaccato, accusando la rete di averlo oscurato durante la sua campagna elettorale. Poi l’affondo: «Le hanno sussurrato nell’orecchio per anni» ha insinuato il leader di Tisza rivolgendosi alla direttrice delle news. E lei, Beata Csete, spiazzata: «Nessuno mi ha mai suggerito nulla, non mi dica questo». Lui imperterrito: «Mi avete insultato mattina, mezzogiorno e sera, travolgendo anche la mia famiglia e i miei cari», ha rincarato. Un crescendo: «Quello che sta accadendo qui dal 2010 è qualcosa che Goebbels o la leadership nordcoreana ammirerebbero, non viene pronunciata una sola parola di verità. Questo non può continuare», ha accusato. Infine l’annuncio: i media pubblici verranno sospesi e rifondati su basi etiche e di indipendenza dai politici. Un approccio che rispecchia quello del suo alleato politico, il premier polacco Donald Tusk, che pure ha intrapreso azioni drastiche contro la tv statale. Ha provato ad obiettare la direttrice che «l’interruzione del servizio pubblico dell’informazione non è legale». È stata stesa: «Accusarmi di aver infranto la legge qui, in questa fabbrica di propaganda, è come quando un taccheggiatore inizia a urlare al poliziotto di non rubare».