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 2026  aprile 18 Sabato calendario

Libano, è tregua (fragile). Tensioni tra Netanyahu e Trump

Quarantacinque giorni di guerra e oltre 2.294 morti. Provano la tregua Libano e Israele dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un cessate il fuoco di 10 giorni, entrato in vigore alla mezzanotte ora locale del 16 aprile, giorno di preghiera per i musulmani. «Un’opportunità per raggiungere uno storico accordo di pace», secondo il premier israeliano Benjamin Netanyahu, una via per permettere all’oltre un milione di sfollati di tornare a casa nelle dichiarazioni del primo ministro libanese Nawaf Salam, una soluzione, per Donald Trump, arrivata dopo «conversazioni eccellenti» tra le due parti. Il presidente Usa ha messo in chiaro: «Israele non bombarderà più il Libano, glielo vieta l’America. Ora basta». Annuncio al quale Netanyahu e i suoi consiglieri sarebbero rimasti «scioccati» e avrebbero chiesto chiarimenti alla Casa Bianca secondo quanto riporta Axios.
La tregua tra Israele e Libano, che sono tecnicamente in guerra dal 1948 e non intrattengono relazioni diplomatiche, è stata accolta da spari di festeggiamento nei sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah. Dalle prime ore del giorno, una lunga fila di auto cariche di materassi e mobili, si è formata lungo l’autostrada meridionale, con un ingorgo al ponte di Qasmiyeh, danneggiato dai raid aerei israeliani di giovedì, ma che l’esercito libanese ha riparato per renderlo nuovamente agibile. I dieci giorni di cessate il fuoco dovrebbe consentire i negoziati tra i due Paesi, secondo quanto riportato nel testo dell’accordo diffuso dal dipartimento di Stato e a un incontro in una sede ancora da stabilire mentre Trump ha già proposto la Casa Bianca come sede per un faccia a faccia tra il primo ministro israeliano e il presidente libanese Joseph Aoun.
La resa delle armi delle milizie del partito di Dio, che non ha formalmente partecipato al negoziato, resta l’obiettivo principale delle due parti. Ma è anche il nodo più difficile da sciogliere. L’accordo prevede che il governo libanese, con il sostegno internazionale, adotti «misure concrete» per impedire a Hezbollah e ad altri gruppi di compiere attacchi contro obiettivi israeliani e stabilisce che Israele e il Libano riconoscano alle forze di sicurezza del Paese «la responsabilità esclusiva della sovranità e della difesa nazionale del Libano», in riferimento all’impegno del governo, avviato nel 2025, di disarmare Hezbollah. Ma il governo ha un’influenza molto limitata sul partito di Dio. Non a caso ieri il presidente Aoun ha ribadito che il disarmo non può essere ottenuto con la forza ma con negoziati con il gruppo mentre gli osservatori sottolineano come qualsiasi decisione in merito verrà presa a Teheran, non a Beirut.
Le questioni aperte
C’è però un altro ostacolo decisamente alto da superare. In base all’accordo, «Israele si riserva il diritto di adottare tutte le misure necessarie per la propria autodifesa, in qualsiasi momento, contro attacchi pianificati, imminenti o in corso». Ma soprattutto il testo non prevede il ritiro dell’Idf dal Libano meridionale, dove ha distrutto villaggi e infrastrutture dopo aver ordinato l’evacuazione degli abitanti a sud del fiume Litani. Un’area che rappresenta circa l’8% del territorio e che visto più di un milione di persone sfollate.
E già sono partite le denunce di violazione della tregua da entrambe la parti. L’esercito libanese ha accusato l’Idf di aver commesso «atti di aggressione» mentre media locali riferiscono della morte di un uomo nel sud del Paese. Da parte sua, il movimento sciita libanese ha annunciato di aver preso di mira soldati israeliani nel Libano meridionale «in risposta alla violazione del cessate il fuoco dell’esercito di occupazione». A Tiro, il bilancio dei bombardamenti dell’Idf di giovedì sera contro un complesso residenziale, poco prima dell’entrata in vigore della tregua, è salito a 15 morti, 35 feriti e dieci dispersi.