Corriere della Sera, 18 aprile 2026
«Missione difensiva». Così Meloni chiederà il via libera
Cortesie per l’ospite. All’entrata: l’abbraccio, il bacio sulle guance e la risata confidenziale figlia di una battuta sussurrata, con le mani dei due che poi si stringono (i fotografi, intanto, si leccano i baffi). All’uscita: il braccetto del padrone di casa offerto sempre a madame Melonì per scendere meglio le scale. Niente Maserati, questa volta un’Alfa Romeo Stelvio (granata) accompagna e riporta via la premier dall’Eliseo. L’accoglienza di Emmanuel Macron diventa un dettaglio politico sui tempi che corrono. Sincopati, imprevedibili e stretti, come Hormuz, il budello da dove passa l’economia di mezzo mondo, che ieri è tornato a respirare. Ma per quanto e come?
Ecco perché l’Italia è pronta a partecipare a «una missione difensiva» europea sul modello dell’operazione Aspides. Attenzione: questa volta, per la prima volta, il sì di Roma non è vincolato all’ombrello degli Usa e, vista la fretta della crisi energetica, si può fare senza nemmeno passare dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Non c’è tempo. Merz citerà il coinvolgimento americano, ma Meloni no. Sfumatura non banale: non lo pone come precondizione di un intervento. Mai senza la Casa Bianca, non è più un tabù. Un piccolo cambio di paradigma, anche se alla fine, essendo realisti, qualsiasi operazione non potrà non tener conto della presenza dell’America in questa striscia di Golfo, nonostante non sia una protagonista non proprio neutrale nella vicenda.
Le parole chiave della premier sono semplici e dirette quando si parla di Hormuz: libertà di navigazione come cardine del diritto internazionale senza pedaggi alcuni per far partire l’operazione già da maggio, nel migliore dei mondi possibili. Posto che il cessate il fuoco sia consolidato, s’intende, visto che si muoveranno uomini e mezzi italiani che non devono essere sottoposti a rischi. Roma infatti è pronta a fare la sua parte. A mettere sul piatto due, massimo tre navi cacciamine. L’orizzonte di azione parla una trentina di giorni. La prossima settimana – tra martedì e mercoledì – ci sarà un nuovo incontro, con i rispettivi vertici militari, a Londra per entrare nel dettaglio di «chi farà cosa».
Sul piano politico la presidente del Consiglio punta a raccogliere il via libera del Parlamento, bussando anche ai banchi dell’opposizione. Perché, come ribadisce a microfoni spenti e accesi, si tratta di una «missione difensiva, commerciale e perfino umanitaria». In questo senso non evocare Trump può essere una sponda verso le opposizioni, a partire dal Pd, è il ragionamento di Palazzo Chigi.
Tutto cambia quando ci sono le bombe di mezzo. Un anno fa esatto a quest’ora la premier, in completo bianco, si trovava nello Studio Ovale della Casa Bianca a parlare di dazi con «l’amico Donald» in versione ponte Europa-Usa. Sembrava una cosa molto seria. Adesso, con un completo rosso Valentino, ecco la leader che scende accompagnata da Macron al piano meno due dell’Eliseo. Giù giù nel bunker Vega, ex sala del cinema dei presidenti francesi. È inseguita dagli attacchi politici e personali del presidente americano. Che dice non di riconoscerla più, che dopo lo sgarbo subìto a fine marzo a Sigonella assicura che le renderà pan per focaccia («L’Italia non c’è stata per noi, non ci saremo per loro»).
Sotto ai giardini d’inverno dell’Eliseo i leader di Francia, Regno Unito, Italia e Germania si collegano con il resto d’Europa e non solo (49 partecipanti, ci sono anche Cina e India). Sono tutti in presenza nonostante l’iniziativa dei Volenterosi per Hormuz nasca dalla doppia firma Macron-Starmer. Alla fine però nel cortile dell’Eliseo compariranno anche l’Alfa meloniana e la Bmw merziana.
Prima che la riunione sullo Stretto inizi vagheggia l’idea di una telefonata a Trump, da parte degli E-4 (Macron, Starmer, Meloni, Merz) che però non ci sarà. Una mossa accarezzata che però non vedrà la luce. In compenso ci saranno le dichiarazioni congiunte dei quattro nel Salone delle feste a nome della vecchia e rassicurante Europa. Che si trova a fare i conti con un conflitto, quello in Iran, che non ha deciso ma che oramai influisce sulle tasche di tutti. Dopo poco si capisce perché non sia nemmeno scattata l’idea di una telefonata a Trump per aggiornarlo. Quando qui termina la riunione, il tycoon fa sapere che la Nato «deve stare alla larga da Hormuz». Era inutile rovinarsi la giornata.