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 2026  aprile 18 Sabato calendario

Il generale Camporini valuta le capacità italiane per Hormuz

«Con i dragamine abbiamo una grande esperienza, ma da soli non potranno operare in sicurezza perché hanno comunque bisogno di copertura antimissile da parte di altre unità». Il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, esperto in strategia militare e geopolitica, descrive la situazione attuale con il possibile intervento italiano all’interno di una coalizione internazionale per mettere in sicurezza lo stretto di Hormuz.
Quali rischi potremmo trovarci di fronte?
«Si tratta di una missione completamente diversa da quelle che già stiamo svolgendo nella zona (Aspides e Atalanta, ndr), anche perché in questo caso si tratta di rendere sicuro un tratto di mare sotto minaccia sottomarina. In pratica, a oggi, non abbiamo alcun elemento per poter capire quante mine ci sono, di quale tipo e dove si trovano».
Quali ordigni potrebbero trovarsi davanti le nostre unità navali?
«C’è di tutto. Una grande varietà di mine subacquee: da quelle che si attivano per una variazione del campo magnetico provocata dal passaggio di una nave di ferro, a quelle che invece diventano operative con il rumore del naviglio, oppure ancora quelle con l’urto con lo scafo».
Si sta parlando di inviare cacciamine italiani. Siamo preparati?
«Certamente, abbiamo una grande tradizione in questo campo, siamo fra i migliori al mondo. E soprattutto, a differenza di altri Paesi, come gli Stati Uniti che hanno preferito affidarsi a unità multiruolo, produciamo questo genere di unità nei cantieri di La Spezia. Ne abbiamo otto-dieci, hanno chiglie in vetroresina proprio per non creare significative variazioni del campo magnetico e potersi avvicinare meglio agli ordigni e hanno anche una propulsione molto silenziosa per evitare che i meccanismi delle mine si attivino. Insomma, sono unità fabbricate proprio per questo scopo».
Perché gli Usa hanno bisogno dei cacciamine?
«Perché, come ho detto, hanno fatto una scelta diversa dall’Italia e sono scettico sulla loro presa di posizione perché le navi multiruolo sono unità che fanno quasi tutto bene e non fanno benissimo niente. Battute a parte, la nostra partecipazione alla missione sarebbe molto apprezzata».
Una decisione che deve passare per il Parlamento.
«Più per motivi politici che militari. Alla premier Meloni può servire una “benedizione” da parte di tutti per l’invio delle navi a Hormuz».
L’Italia potrà contare sulla collaborazione iraniana per scoprire le mine?
«Non credo. Ma con Teheran abbiamo sempre avuto ottimi rapporti militari. I loro cadetti frequentavano le nostre accademie. Certo, a oggi, potremmo godere di un certo credito presso l’Iran. Non ci tratterebbero con ostilità».
E con gli Usa?
«A livello operativo abbiamo rapporti consolidati. Non credo a un’inversione di tendenza traumatica. Probabilmente i vertici militari agiranno con più prudenza nei nostri confronti per non scontentare il loro presidente».