Corriere della Sera, 18 aprile 2026
Poteri di guerra, Trump si salva per un voto (dem)
Mentre Trump lavorava allo sminamento di Hormuz, ha schivato una gigantesca mina politica piazzata sulla sua rotta dai democratici: l’altroieri il Congresso ha votato una risoluzione per costringerlo a passare dal Parlamento per l’autorizzazione a continuare la guerra in Iran, e i dem sono arrivati a un voto dalla meta, 213-214. Meta sfumata perché un democratico dissidente ha salvato Trump: Jared Golden, distretto numero 2 del Maine, ex marine, ha votato contro la risoluzione per non togliere autorità al comandante in capo mentre ci sono militari a rischio nella regione. Golden ha rimediato alla defezione (garantita, è fedele alla linea isolazionista da sempre) del repubblicano Thomas Massie che incarna lo spirito «America First». Massie, del Kentucky, è tutt’altro che un progressista «woke»: invia gli auguri di Natale con la foto della famiglia riunita sotto l’albero, tutti armati di grossi fucili semiautomatici, anche i bambini. Cosa ancora più grave: un altro repubblicano aveva lanciato un chiaro avvertimento a Trump. Astenendosi, una volta che il voto salvifico di Golden era sicuro, per certificare che l’attuale maggioranza di Trump è un sottilissimo +1, garantito dall’opposizione. Il partito insomma è con Trump sulla guerra ma senza firmare assegni in bianco. La risoluzione si può riproporre, ma perfino i democratici attualmente allo sbando sanno che un’altra umiliazione non farebbe bene al partito. L’attribuzione dei poteri di guerra è un tema complicatissimo, politico e costituzionale: l’ambiguità tra esecutivo e legislativo rimane, e la Corte suprema da un secolo ha certificato che non toccherà la questione: ci vuole un emendamento costituzionale che nessuno, a Capitol Hill, ha mai pensato di scrivere.