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 2026  aprile 17 Venerdì calendario

Russia, chiude il museo del Gulag, tornano i busti di Stalin.

Le finestre serrate da persiane di legno incutevano una certa inquietudine ancor prima di varcare la soglia del numero 9 di Samotechnyy pereulok. Entrati nel tenebroso edificio si udiva il clangore di celle chiuse e il rimbombo di passi pesanti, si vedevano i nudi giacigli dei detenuti o sfioravano le gelide porte, spesse, rattoppate con lamiere, sporche di vomito, lacrime e sangue. Fondato nel 2001, il Museo della Storia del Gulag di Mosca documentava i campi di lavoro sovietici e commemorava i suoi milioni di vittime. Tutto era studiato per evocarne l’atmosfera: la penombra, le scale in metallo nero, i mattoncini a vista. «Voglio che i visitatori s’immergano e sentano com’era la vita tra quelle mura», aveva detto il direttore Roman Romanov all’inaugurazione della nuova sede. All’uscita erano tutti invitati a completare la frase «Non si ripeterà se…».
Ma la Storia si ripete. Romanov è stato licenziato e il museo chiuso per non meglio specificate “violazioni delle norme di sicurezza anti-incendio”. Riaprirà presto, ma con un altro nome e un’altra missione. Diverrà il “Museo della memoria”, il primo dedicato al “genocidio del popolo sovietico” perpetrato dai nazisti durante la Grande Guerra Patriottica, come i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale. Un concetto che non ha alcun fondamento nella storiografia o nel diritto internazionale e che eppure verrà commemorato domenica con la prima “Giornata del genocidio” voluta da Vladimir Putin con un decreto siglato a fine 2025.
«L’unico Museo del Gulag viene riconvertito nel Museo del Genocidio per dimostrare che il popolo russo non può che essere vittima di forze esterne e che lo Stato russo non può sbagliare. Ha sempre ragione», commenta l’analista costretto all’esilio Aleksandr Baunov. «Il Museo della Storia del Gulag era l’unico nel Paese dedicato non alla glorificazione, ma all’autoriflessione e all’autocritica. C’era molto di cui vergognarsi e nulla da celebrare. Nessun altro museo russo si era mai permesso di fare altrettanto. Nessuno lo farà più», gli fa eco la critica d’arte Irina Mak. «Le vittime del Terrore saranno cancellate proprio come i ritratti degli arrestati e giustiziati furono riverniciati e raschiati dai libri negli anni Trenta. Allora furono rimossi dalla stampa e dalla vita. Oggi vengono rimossi dalla storia ufficiale, sostituiti con qualcosa di più conveniente».
Il caso Memorial
Non è che l’ultimo assalto alla memoria e alla verità storica nella Russia putiniana. Il vecchio motto pacifista, Nikogda bolshe (Mai più), è stato sostituito da quello militarista, Mozhem Povtorit (Possiamo ripeterlo). Normalizzata la guerra d’aggressione, ora si normalizza la repressione come uno strumento di routine della politica interna.Il museo del gulag Perm-36 è diventato un monumento ai carcerieri. I memoriali alla repressione sovietica sono rasi al suolo e le targhe apposte dall’ong Poslednij Adres (Ultimo indirizzo) sui palazzi in cui vissero le vittime prima di essere deportate, sono rimosse o vandalizzate. Gli studiosi delle esecuzioni sono stati arrestati e la cerimonia annuale per recitare i nomi delle vittime davanti al quartier generale dell’ex Kgb, la “Restituzione dei nomi”, è vietata da tempo. L’ong Memorial che documenta i crimini staliniani è stata “liquidata” nel 2021, un anno prima di essere premiata col Nobel per la pace, poi dichiarata “organizzazione non grata” e una settimana fa etichettata “estremista” alla stregua dei terroristi di Isis e Al Qaeda.
Ritornano i busti e le statue di Iosif Stalin che erano stati tabù dopo la denuncia del suo successore Nikita Krusciov al XX Congresso del Partito Comunista di settanta anni fa e scompaiono i monumenti ai fustigatori dei crimini di allora e di oggi. Alla stazione della metropolitana Taganskaja di Mosca è tornato il bassorilievo del Grande Condottiero rimosso nel 1966 in piena destalinizzazione, mentre la targa commemorativa affissa sulla facciata dell’abitazione moscovita dove la giornalista di Novaja Gazeta Anna Politkovskaja viveva e fu assassinata nel 2006 (nel giorno del compleanno di Putin) è stata distrutta oltre trenta volte dal 18 gennaio.

Espulso dall’Urss nel 1974, Aleksandr Solženicyn sarà esiliato di nuovo. Il monumento allo scrittore a Vladivostok, Estremo Oriente Russo, verrà trasferito dal lungomare in pieno centro a una piazza in periferia. «Non si addice al tema della zona», la motivazione addotta da veterani e vertici della Flotta del Pacifico che ne hanno chiesto il trasloco. Ma la verità è che stona con la narrazione ufficiale che glorifica il dittatore sovietico che ordinò le esecuzioni sommarie dell’era del Grande terrore, come il leader che sconfisse il nazismo e trasformò l’Urss in una superpotenza. Nessuno vuole ricordarne le Grandi Purghe o chi le documentò come l’autore di Arcipelago Gulag, che fu condannato a otto anni di lavori forzati per aver criticato il Generalissimo in una lettera. L’opera gli valse il Nobel per la letteratura, ma anche l’accusa di tradimento. Nel 1974 Solženicyn fu privato della cittadinanza ed espulso dall’Urss. Tornò in Russia dopo vent’anni di esilio tra Svizzera, Germania e Stati Uniti volando a Magadan e da lì a Vladivostok, da dove prese un treno per Mosca. La statua in bronzo alta due metri e mezzo che verrà sfollata era stata eretta nel 2015 alla presenza del figlio Ermolaj, che disse: «È questo il vero ruolo di un monumento: non un omaggio cristallizzato a un fatto storico, ma un invito al dialogo».
Qualcuno però protestò già allora: appena due giorni dopo l’inaugurazione, un giovane attivista comunista appese al collo della statua la scritta “Giuda”.
L’Operazione speciale
Oggi il passato si riscrive per giustificare il presente e paragonare la lotta al Terzo Reich alla “denazificazione” dell’odierna Ucraina. A Volgograd, l’ex Stalingrado simbolo della resistenza sovietica all’invasione nazista, lo smacco più grande. Ai piedi del monumentale Mamaev Kurgan che commemora la Battaglia di Stalingrado (costata la vita a oltre due milioni di sovietici) verrà inaugurato il primo “Museo dell’Operazione militare speciale”, come la Russia chiama l’offensiva contro Kiev, e un monumento ai suoi “eroi” alto circa 7 metri e largo 14. Ma sui social fioccano le contestazioni. C’è chi ironizza: «Commemorare l’eroismo di ladri, stupratori e delinquenti: tipica idea russa. Nell’installazione si potrebbero usare i wc e i condizionatori rubati nei territori ucraini occupati». E chi protesta apertamente: «Gli obiettivi non sono ancora stati raggiunti, ma ci sono già un monumento e un museo. È una profanazione del Mamaev Kurgan. Lasciatelo in pace».
La collina sormontata dalla colossale statua della Madrepatria che sguaina una lunga spada è anche un sepolcro dei sovietici che persero la vita tra il 1942 e il 1943. «È sempre stato un luogo di venerazione del vero eroismo dei nostri nonni e bisnonni. E ora a questo si sovrappone un crimine: una guerra che non sarebbe scoppiata se Putin non lo avesse deciso. Erigendo tombe e monumenti ai membri dell’Operazione militare speciale accanto alle tombe dei soldati della Grande Guerra Patriottica, le autorità vogliono tracciare parallelismi», ha detto a Novaja Gazeta Europa Evgenij Kochegin, fondatore del canale Telegram Dozor v Volgograde, “Ronda di Volgograd”. «C’è il petrolio e poi c’è la Storia. È una risorsa. Le autorità possono estrarne qualcosa. Per farlo, servono narrazioni. E da tempo sono ossessionate dalla narrazione della vittoria», osserva lo storico fuggito in Israele Konstantin Pakhaljuk, che tuttavia resta ottimista: «Il governo cambierà e questi musei saranno chiusi, come sono stati chiusi i musei di Stalin e Lenin. La gente erige monumenti, la gente li distrugge».