Corriere della Sera, 17 aprile 2026
Paolo Zampolli, chi è l’uomo dei «20 miliardi in 20 minuti»
«Venti miliardi in venti minuti». È uno slogan, certo. Ma anche una dichiarazione di metodo. E forse, più di tutto, un modo di stare al mondo per Paolo Zampolli, l’uomo che da anni si muove tra politica, affari e relazioni personali con una disinvoltura che è insieme cifra stilistica e strumento di lavoro e che oggi è inviato speciale del presidente Usa per le partnership globali.
Al milanese 56enne, figlio di imprenditori di giocattoli e fondatore negli anni Novanta dell’agenzia di modelle «ID», il Financial Times ha appena dedicato un ritratto, in cui tutto sembra rapido, diretto, quasi inevitabile: con Zampolli i contatti si attivano velocemente, le trattative si aprono, le cifre crescono. Non sempre nella misura raccontata, ma abbastanza da costruire una narrazione coerente. Zampolli non è un negoziatore nel senso tradizionale; è piuttosto un facilitatore, qualcuno che si colloca a metà strada tra chi decide e chi vuole arrivare a chi decide.
Il rapporto con Donald Trump
Il punto di partenza, nella sua storia, resta sempre lo stesso: il rapporto con Donald Trump. Un’amicizia che risale a più di trent’anni fa e che lui continua a evocare come fondamento della propria legittimità. È anche il tassello più noto del suo racconto pubblico: l’incontro, alla fine degli anni Novanta, tra Trump e Melania Trump, allora modella, che Zampolli dice di aver favorito. Un episodio diventato negli anni una sorta di credenziale permanente.
Da lì, il passaggio alla dimensione attuale è meno lineare di quanto appaia, ma nella sua versione segue una logica precisa. Oggi, come detto, Zampolli è inviato speciale per le partnership globali, incarico che interpreta in modo ampio: promuovere l’agenda americana, favorire relazioni, creare opportunità. Senza entrare – almeno formalmente – nel merito delle decisioni politiche, che restano competenza delle sedi istituzionali.
Da Conte al papa
È una distinzione che lui stesso ribadisce anche quando si muove in Italia. Il recente pranzo a Roma con Giuseppe Conte, per esempio, viene raccontato come un incontro tra amici. «Giuseppe è un amico, anche del presidente Trump», aveva spiegato al Corriere, ricordando come l’ex premier sia soprannominato «Giuseppi» dall’inquilino della Casa Bianca. Nessuna missione ufficiale, nessun dossier: solo una conversazione, sia pure su temi che inevitabilmente sfiorano la politica internazionale, dalla guerra in Iran ai rapporti tra Stati Uniti e Italia.
In questo scarto tra informalità dichiarata e contenuto implicito si intravede uno dei tratti più riconoscibili del suo modo di operare. Zampolli si muove in uno spazio intermedio, dove le relazioni personali precedono – e talvolta accompagnano – i canali ufficiali. Non sostituisce la diplomazia, ma la affianca, anticipandone talvolta i movimenti.
Lo stesso schema si ritrova negli incontri istituzionali più recenti. Con il ministro dello Sport Andrea Abodi, ha raccontato ancora al Corriere, ha discusso di cooperazione tra Stati Uniti e Italia; con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, di iniziative legate a un board internazionale a Washington. Anche qui, più che accordi definiti, emergono contatti, possibilità, linee di dialogo.
La rete che Zampolli descrive si estende anche oltre la politica. C’è il Vaticano, con i rapporti coltivati negli anni e il richiamo a legami familiari che arrivano fino a Paolo VI; c’è il riferimento a Papa Francesco, con cui dice di aver collaborato su temi come l’ambiente e l’intelligenza artificiale; c’è l’attenzione per questioni globali come il fentanyl, che considera una minaccia tale da dover essere trattata come un’arma di distruzione di massa e che, sottolinea, è entrata nell’agenda del G7 anche grazie all’iniziativa italiana di Giorgia Meloni.
La sua formula
In questo equilibrio tra racconto e realtà sta forse la cifra più riconoscibile di Zampolli. Le cifre che cita – miliardi, tempi rapidissimi, trattative lampo – non coincidono sempre con quelle confermate ufficialmente, come nel caso dell’accordo con l’Uzbekistan sui velivoli Boeing, ridimensionato nelle comunicazioni istituzionali. Ma il punto, nel suo modo di presentarsi, non è tanto la precisione del dettaglio quanto l’efficacia della rappresentazione.
Zampolli tende a ridurre la complessità delle negoziazioni a una formula semplice: mettere in contatto le persone giuste, creare le condizioni politiche, lasciare poi che altri definiscano i particolari. «Io porto insieme le parti», dice, «poi ci sono i segretari che entrano nei dettagli». È una descrizione che riflette un’idea molto personale del ruolo, più vicina all’intermediazione che alla diplomazia tradizionale.
In questo schema, anche il messaggio agli interlocutori resta essenziale. «Se vuoi rendere felice il presidente, compra Boeing», ripete, sintetizzando in una frase la connessione tra relazioni politiche e risultati economici. È un approccio che si inserisce nella più ampia impostazione dell’amministrazione guidata da Donald Trump, dove la distinzione tra politica estera e promozione commerciale tende a farsi meno netta.
Zampolli, da parte sua, non sembra percepire contraddizioni. Il suo ruolo, così come lo racconta, sta proprio in quella zona di confine: tra incarico ufficiale e iniziativa personale, tra accesso e negoziazione, tra diplomazia e affari. Ed è lì che continua a muoversi, ripetendo la stessa promessa – grandi numeri, tempi brevi – che è diventata la sua firma.