Avvenire, 16 aprile 2026
Rohingya, dramma senza fine: 250 profughi dispersi in mare
Sarebbero 250 i dispersi nel naufragio di una imbarcazione carica di profughi Rohingya che cercavano, con un difficile attraversamento del Mare delle Andamane, una via di uscita dalle difficili condizioni di vita nei campi profughi del Bangladesh. Salpata dalla città costiera di Teknaf il 4 aprile, la barca si sarebbe rovesciata a causa del forte vento e del carico eccessivo, forse 300 individui tra cui donne e bambini. Le prime informazioni diffuse martedì dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e le migrazioni hanno avuto conferma ieri da fonti di agenzia e media internazionali. La destinazione possibile anche se non certa dell’imbarcazione sarebbe stata la Malaysia, meta prima per i Rohingya, perseguitati in Myanmar e di religione musulmana, che ne hanno fatto la loro meta principale anche per fratellanza di fede nonostante il trattamento a cui spesso vanno incontro, sia da parte delle autorità dell’immigrazione, sia da chi li sfrutta in attività produttive.
Un comunicato dell’Alto Commissariato dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni ha sottolineato come «questa tragedia evidenzia il devastante costo umano dello sfollamento prolungato e la continua assenza di soluzioni durature per i Rohingya». Non sono ancora chiare le circostanze dell’affondamento e le uniche notizie certe finora sono quelle riferite dai nove individui, tre Rohingya e sei bangladesci, otto uomini e una donna, trovati alla deriva e salvati il 9 aprile da un nave cisterna del Bangladesh.
Durissime fin dall’inizio le condizioni del viaggio, su un natante sovraffollato di profughi in fuga, equipag-gio e alcuni scafisti. Dopo quattro giorni di navigazione, per il peggiorare delle condizioni atmosferiche e l’accresciuto rischio di essere intercettati, i profughi sono stati costretti a nascondersi negli spazi destinati al pesce e alle attrezzature da pesca dove – sono le testimonianze di chi è sopravvissuto – «si era quasi privi di ossigeno», «non potevamo respirare». Una situazione estrema che avrebbe provocato almeno 30 morti per soffocamento prima che la nave si capovolgesse tra le onde. Quando questo è avvenuto, ha raccontato ancora un superstite, a bordo ci sarebbero state ancora forse 240 persone, tra cui una ventina di donne e diversi bambini.
Questa nuova tragedia tocca una popolazione ormai in buona parte profuga, soprattutto in Bangladesh dove i Rohingya superano il milione dopo l’ondata persecutoria iniziata ad agosto 2017 e che in qualche misura continua ancora. Altre mete oltre alla Malaysia sono la Thailandia e la più lontana Indonesia, Paesi che hanno chiuso le porte all’accoglienza e a qualsiasi assistenza umanitaria. Allo stesso tempo la situazione dei Rohingya in Bangladesh si fa sempre più difficile, sia per la scarsità di fondi delle organizzazioni di assistenza che ha ridotto a sette dollari la quota mensile destinata a ciascun profugo, sia perché è chiaro che nessuno ha intenzione di accogliere altri Rohingya, ai quali è precluso anche a un ritorno in sicurezza in Myanmar. Da qui la crescente disperazione che spinge molti a mettersi in mare nonostante i rischi. Recentemente l’Ong International Rescue Committee ha diffuso i risultati di un sondaggi tra 500 famiglie nei campi di accoglienza di Cox’s Bazar che evidenzia come solo il 2% dei genitori Rohingya nutra speranza per il futuro dei propri figli. A ulteriore conferma, la segnalazione che il 69% di loro abbandona gli studi e che il 50% delle famiglie si vede costretta a far lavorare i minori per sopravvivere.