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 2026  aprile 16 Giovedì calendario

Il piano di Musk per mandare i data center nello spazio

Elon Musk ha un metodo collaudato: annuncia un numero compreso tra il milione e il miliardo, fissa una scadenza irrealistica, poi la rivede. Prendiamo l’esempio di Marte: ha iniziato a parlare di possibili missioni umane sul pianeta a partire dai primi anni 2000, spostando le sue previsioni diverse volte: nel 2007 aveva parlato del 2016 come data della prima missione umana. Poi l’aveva spostata al 2026 e ora l’obiettivo è compreso tra il 2029 e il 2031, per arrivare ad avere una città che si autosostiene su Marte in 30 anni, quando Musk avrà 85 anni. Questa volta però l’idea è così grande che anche i più scettici faticano a ignorarla: un milione di satelliti solari in orbita per alimentare data center spaziali, che secondo Musk costeranno meno di quelli terrestri entro due o tre anni. Fantascienza? Se dovessimo analizzare le decine di promesse potrebbe sembrare un obiettivo irrealizzabile. Ma Nvidia ha appena annunciato un modulo di calcolo progettato esplicitamente per lo Spazio.
Il 16 marzo, alla conferenza Gtc di San Jose, Jensen Huang, fondatore e amministratore delegato di Nvidia, ha presentato il modulo Space-1 Vera Rubin, pensato per operare in orbita. Rispetto all’H100, il processore che Starcloud, una startup dello stato di Washington, ha già mandato nello Spazio a bordo di un satellite nel novembre del 2025, il nuovo chip è capace di elaborare 25 volte più dati. Nvidia lavora già con sei aziende del settore spaziale, tra cui Planet Labs, Axiom Space e Starcloud stessa. «L’informatica spaziale è arrivata», ha detto Huang. La decisione di Nvidia non è solo tecnica: la società si posiziona come fornitore centrale di un’industria che per ora esiste in gran parte su carta e in pochi prototipi.
Il problema che spinge verso lo Spazio è concreto. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, i consumi globali dei data center potrebbero raddoppiare fino a quasi mille terawattora entro la fine del decennio. Le soluzioni tradizionali non bastano: alcune aziende stanno costruendo turbine a gas dedicate, altre investono nel nucleare. Ma i tempi di autorizzazione si allungano, le comunità locali protestano e in alcuni Stati americani c’è chi chiede di fermare tutto. Il Maine è il caso più recente. All’inizio di aprile la legislatura statale ha fatto avanzare una legge che, se confermata e poi firmata dalla governatrice Janet Mills, vieterà la costruzione di data center con una capacità superiore a 20 megawatt fino a novembre 2027. Sarebbe la prima moratoria di questo tipo negli Stati Uniti. Nel frattempo, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez hanno proposto al Senato e alla Camera una misura analoga a livello federale.
È anche per questo motivo che l’orbita terrestre comincia ad apparire come un’alternativa concreta: lo spazio ha energia solare disponibile quasi senza interruzioni, non richiede permessi, non consuma acqua, non ha vicini che protestano. Il problema non è se costruire data center in orbita, ma se farlo è fisicamente ed economicamente possibile nei tempi che le aziende tecnologiche si sono date. Ma la fisica complica i piani. La Stazione Spaziale Internazionale, il più grande impianto di produzione di energia nello Spazio attualmente in funzione, genera circa 100 kilowatt grazie a pannelli solari che coprono quasi metà di un campo da calcio. È all’incirca la potenza di un motore d’automobile, secondo Olivier de Weck, professore di astronautica al Mit di Boston. Per replicare un data center da 100 megawatt nello Spazio servirebbe una struttura da 500 a mille volte più grande. «È fattibile», ha detto de Weck, «ma non il prossimo anno, e certamente non entro tre anni», ha aggiunto parlando con Npr.
CRITICITÀ
C’è poi il problema del calore. Nello Spazio non c’è convezione: il calore generato dai processori non si disperde nell’aria, ma si accumula. Per smaltirlo servono grandi radiatori. Ogni satellite per l’IA avrebbe bisogno, oltre ai pannelli solari, di un secondo sistema di dissipazione. «Dobbiamo ancora capire come raffreddare questi sistemi nello spazio», ha ammesso lo stesso Huang durante la conferenza. A questo si aggiunge il costo di lancio: portare oggi un chilogrammo in orbita costa circa mille dollari. Google stima che quel costo debba scendere almeno a 200 dollari prima che i data center spaziali diventino economicamente sostenibili.
E l’impatto ambientale non è necessariamente migliore di quello sulla Terra. Ricercatori dell’Università del Saarland, in Germania, hanno calcolato che un data center orbitale alimentato a energia solare potrebbe comunque produrre emissioni di un ordine di grandezza superiore rispetto a uno terrestre, se si tiene conto dei lanci e del rientro dei componenti nell’atmosfera. I materiali che bruciano nel rientro rilasciano inquinanti che danneggiano lo strato di ozono. Gli astronomi segnalano un altro problema: grandi costellazioni di satelliti con pannelli solari di chilometri di estensione interferirebbero con l’osservazione del cielo notturno.
Google ha annunciato il progetto Suncatcher, che prevede un gruppo di 81 satelliti in partnership con la società Planet. Due prototipi dovrebbero essere lanciati all’inizio del 2027. Starcloud ha in programma un secondo satellite per ottobre, con una capacità di generazione elettrica cento volte superiore al primo, ma ancora limitata a circa 8 kilowatt. Numeri lontani da quelli necessari per competere con un data center comune. Quello di DataBank ad Ashburn, in Virginia, da circa 13.400 metri quadrati, consuma 13 megawatt in ogni momento, 130 volte più dell’intera Stazione Spaziale Internazionale. Musk, nel frattempo, ha chiesto alla Federal Communications Commission l’autorizzazione a lanciare un milione di satelliti. SpaceX ha depositato documenti riservati alla Securities and Exchange Commission in vista di un’offerta pubblica iniziale prevista per questa estate, dopo la fusione con la sua società di intelligenza artificiale xAI. I due obiettivi sono collegati: la quotazione in borsa ha bisogno di una storia convincente da raccontare agli investitori. Se i data center nello Spazio funzioneranno come promesso, resterà da vedere. «Nessuno nel settore sta perdendo il sonno per questo», ha detto Raul Martynek, amministratore delegato di DataBank.