il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2026
Israele, Ben-Gvir alla sbarra per abuso d’ufficio
In queste ore Israele sta vivendo uno scontro inedito tra poteri dello Stato. A uscirne a pezzi sarà, comunque vada, la sua tanto decantata democrazia. Brandendo cartelli con il volto del procuratore generale Gali Baharav-Miara contrassegnato da una X rossa e inneggiando al ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, decine di ultranazionalisti israeliani si sono riuniti davanti alla sede dell’Alta Corte israeliana per sostenere il loro idolo con la kippah in testa e il cappio all’occhiello. Il ministro kahanista (una corrente estremista del sionismo religioso) rischia infatti di venire rimosso dal proprio incarico per verdetto della Corte costituzionale. Che da ieri sta esaminando quattro ricorsi – sostenuti dalla Procuratrice generale Miara – volti a destituirlo per il suo comportamento che avrebbe travalicato le proprie funzioni. Ieri, dopo dieci ore di udienza, la Corte ha aggiornato la seduta. Il caso rappresenta l’apice della tensione tra la magistratura e il governo più di destra nella storia di Israele.
Le petizioni già lo scorso gennaio avevano ottenuto il sostegno di Miara, che aveva chiesto alla Corte di ordinare al premier Netanyahu di spiegare perché non avesse licenziato l’influente membro del suo governo. Nella richiesta, Miara ha accusato Ben-Gvir di “abusare della sua posizione per influenzare indebitamente le attività della polizia israeliana nei settori più delicati dell’applicazione della legge e delle indagini, e di violare i principi democratici fondamentali”.
Prima dell’udienza, Ben-Gvir aveva chiesto “l’arresto e un’indagine” a carico del procuratore generale. “Lei dice che io stabilisco le politiche e cambio la polizia: ha ragione. Dice che interferisco nelle nomine e che ho nominato più di 1000 persone per attuare la mia politica: ha ragione anche su questo”, ha tuonato, con tono di sfida. “I tentativi di interferire con la nomina di un ministro e con i suoi poteri sono pericolosi per la democrazia. Non cadrà la democrazia; cadrà la dittatura giudiziaria”, ha quindi promesso Ben-Gvir.
Nella prospettiva rovesciata disegnata da questo governo, anche il ministro della Giustizia, Yariv Levin, si è permesso di saltare a piedi uniti nel campo della Corte costituzionale, e dopo aver ricordato che il ministro è un suo amico personale, ha bollato l’udienza come “illegale” e affermato che “la decisione dei giudici non avrà alcuna validità”.
Il ministro degli Esteri, Gideon Saar, già ministro della Giustizia, ha quindi esortato la Corte “ad astenersi dal danneggiare la democrazia”, affermando via Telegram che il caso “va troppo oltre”.
Il 13 aprile, Netanyahu aveva già presentato la propria risposta in 129 pagine, sottolineando che si tratta di una “richiesta incostituzionale” e che la Corte non ha l’autorità di interferire nelle decisioni del governo o nella nomina dei ministri. Ancora prima, lo scorso marzo, il premier aveva definito la richiesta del procuratore generale “inconcepibile… nel mezzo di una guerra esistenziale”, affermando che la sua richiesta di licenziare un ministro di alto rango, contro il quale non era stata aperta alcuna indagine penale, “danneggia le fondamenta della democrazia”. Le petizioni vengono esaminate da un collegio di nove giudici anziché dal solito di tre, tra cui il presidente della Corte Suprema, Isaac Amit, e il vicepresidente della Corte Suprema, Noam Sohlberg, a testimonianza delle potenziali enormi conseguenze e implicazioni del caso.