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 2026  aprile 16 Giovedì calendario

Rosanna Vaudetti ricorda i suoi inizi

Rosanna Vaudetti, 88 anni, voce da ragazzina, mente fresca e rivolta al futuro, quindi prontissima a ricordare con lucidità il passato: nata a Ancona il 19 dicembre 1937, sfollata a San Ginesio, in provincia di Macerata, durante la guerra, due figli, 65 anni di lavoro, soprattutto televisivo, alle spalle, farà gli annunci di apertura e di chiusura del Lovers Film Festival, in programma a Torino da oggi al 21 aprile. «Vaudetti, annunci perfetti», diceva di lei Alberto Sordi. Gli annunci saranno a colori, lei si presenterà tutta vestita di rosa. Faceva parte del gruppo di annunciatrici Rai soprannominate «Signorine Buonasera», Nicoletta Orsomando, Annamaria Gambineri, Mariolina Cannuli, Mariagiovanna Elmi, Aba Cercato, tutte popolarissime. Prima della programmazione serale, ancora in bianco e nero, apparivano e auguravano: «Signore e signori, buonasera».
E poi che cosa succedeva?
«Poi presentavamo le trasmissioni, dicendo qualche parola su ognuna, un breve riassunto, un orientamento. Sempre con un bel sorriso, però mai esagerato. Buon gusto e misura, queste erano le regole».
Non le dava fastidio quel soprannome?
«No, perché avrebbe dovuto? È stato un mestiere che mi ha dato un lavoro decoroso, per noi c’era grande rispetto, c’era considerazione. Sono laureata in scienze politiche, ho cominciato a lavorare come interprete dal tedesco, avrei voluto fare la giornalista, sa? Poi nel 1961 ho vinto un concorso Rai, si apriva il Secondo Programma. Mi hanno assunto ed è andata bene così. Tutte noi eravamo riconoscibili ma tutte diverse, ecco, non presentavamo un modello femminile omologato. E l’omologazione non è emancipazione».
Come mai questi annunci ufficiali a per Lovers?
«Perché il Festival è importante, ci aiuta a combattere i pregiudizi. Conosco personalmente Vladimir Luxuria, ci siamo incontrate a Bella Ma’, il programma di Pierluigi Diaco dove mi sono occupata della posta, del Festival di Sanremo. Finché mi diverto, sono contenta. E Vladimir ha avuto questa idea di farmi annunciare Lovers, l’apertura e la chiusura. Io lo faccio con grande piacere».
Andrà personalmente a Torino?
«No, purtroppo no. Ho 88 anni, non me lo dimentico. Anche se a Torino c’è una parte fondamentale della tv italiana e quindi della mia vita. C’è il Museo della radio e della televisione, con apparecchi, vestiti, oggetti di scena, ognuno con la loro storia. Una è quella, parallela, di mio marito e mia. Lui, Antonio Moretti, che purtroppo non c’è più, è stato il regista di 16 edizioni del Festival di Sanremo, ci sono tante sue fotografie. E io con il mio vestito. Siamo di nuovo uniti».
Quale vestito?
«È una storia legata all’arrivo della tv a colori. Nel 2022 ho avuto il piacere di donare l’abito con il quale avevo annunciato, il 26 agosto 1972, l’inizio delle Olimpiadi di Monaco. Primo annuncio a colori della tv italiana».
Olimpiadi che sarebbero state ricordate per l’attentato dei terroristi palestinesi di Settembre nero contro gli atleti israeliani, 17 morti. Ma il giorno dell’annuncio, per la tv italiana, si prospettava radioso. Che cosa era successo?
«Era stata vinta una battaglia, sia pure ancora a livello sperimentale: quella, per l’appunto, del colore. Che, già diffuso in tutta Europa, tecnicamente era realizzabilissimo. Ma La Malfa era contrario “perché gli italiani non erano adatti a questo consumo opulento”, Andreotti era favorevole. La Malfa adottava la politica del buon padre di famiglia, temeva che per avere la tv a colori gli italiani si sarebbero indebitati troppo. Andreotti invece la voleva per dare impulso all’industria, e perché ce l’aveva tutta Europa. Quando io realizzai quel primo annuncio a colori, ricordo, erano già in commercio televisori tecnicamente pronti a ricevere il segnale: furono venduti, per quell’estate 1972, 300 mila apparecchi, che costavano 400-500 mila lire l’uno. Una bella spesa. Intanto la Rai continuò a sperimentare, la politica si fece una ragione del progresso e il primo febbraio 1977 il colore entrò ufficialmente nelle case degli italiani».

Come nacque quell’annuncio, che davvero segnò un’epoca?
«L’annunciatrice si sceglieva dopo alcuni provini. Io temevo di non poter partecipare perché conducevo Giochi senza frontiere. Eravamo in Olanda, prendo un aereo da Rotterdam, riesco a fare ‘sto provino e lo vinco».
Ma chi giudicava i provini?
«Costumisti, sarte, cameramen, i lavoratori della Rai. Bernabei, il direttore generale, approvava. Il regista era Piero Turchetti, quello del Rischiatutto, «fiato alle trombe, Turchetti». Il giorno prima mi raccomanda di vestirmi di bianco, con un tocco di rosso. Di bianco perché i telespettatori conoscevano solo i toni del grigio, dovevano capire qual era il vero colore. Allora io presentavo anche sfilate di moda, chiedo alla stilista Mirella Di Lazzaro se aveva qualcosa da prestarmi, lei mi manda questo completo bianco con i segni zodiacali rossi. Ma io metto solo la parte di sopra».
Allora era vero che voi annunciatrici annunciavate in ciabatte?
«In ciabatte no, ma certo non badavamo troppo alla parte di sotto. Io infatti indossavo pantaloni neri normali. Peccato che, per l’occasione, avevano organizzato un collegamento con viale Mazzini, e tutti mi videro così, vestita bene a metà. Poi la stilista l’abito me lo regalò, ma io non lo misi mai: mi sembrava irrispettoso».

E la tv di adesso?
«Quella dove lavoravo io era una Rai pedagogica, dipingeva una realtà che spesso non era affatto reale. Adesso la tv entra di più nella vita vera, e ci sono anche tanti buoni programmi».