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 2026  aprile 16 Giovedì calendario

Diego Marcon parla della sua carriera

Tutti i giorni la stessa colazione, un’adorabile routine e di colpo la voglia di altro. È Krapfen, ultimo lavoro di Diego Marcon esposto fino al 2 agosto alla Fondazione Sandretto di Torino per segnare la prima collaborazione con il New Museum di New York e guardare più da vicino l’età dell’innocenza. Sempre ammesso ne esista una.
Non è chiaro se il rifiuto del krapfen, messo in musical dentro a un video, sia indipendenza o capriccio, forse è pure poco rilevante scoprirlo: conta di più la scelta del protagonista. Senza genere o anni precisi addosso e del resto Marcon si muove attraverso i confini del cinema e dell’arte, sempre legato a quel vago under 20 che è la chiave del futuro.
Nei suoi lavori ci sono spesso dei ragazzi, a volte dei bambini. Che cosa le interessa del soggetto?
«È una figura che mi permette di creare un rapporto immediato tra opera e spettatore, cattura subito perché tocca la sensibilità. Gioco con la vulnerabilità dell’adolescente senza nascondere gli aspetti sinistri».
Un accento su questa età che oggi è più che mai in cerca di dimensione e cambia aspettative. Da ribelle a trainante?
«In Krapfen il concetto diventa politico più nell’aspetto dell’educazione che della ribellione, contano anche le figure simboliche. A tirare da tutte le parti sono degli indumenti, un paio di guanti, un foulard, dei pantaloni e un maglione».
Per la prima volta, un inedito nella sua opera, c’è una/un performer in carne ossa e non un profilo digitale.
«Per questo progetto cercavo profondità: il ragazzetto intorno al quale costruisco di solito le storie è stato incarnato, un po’ lo sviluppo di Pinocchio. Ho incontrato Violet, una danzatrice, mentre stava finendo la scuola, durante il lavoro è entrata in una compagnia a Londra. Il fatto che si trovasse davvero ad affrontare per la prima volta la competitività, la questione contratti, a maneggiare i soldi, il professionismo ha dato una rotondità al personaggio di Krapfen. Mi piace che non si capisca quanto è vessato e quanto si diverta sadicamente mentre reagisce al cambiamento».
Così non si rischia di arrivare dalle parti di Adolescence, la serie britannica del 2025 che ha stravolto il pubblico?
«Mah, è una delle ombre, le chiavi di sviluppo sono tante. Mi interessa sfatare questo mito del candore a tutti i costi, anche quella una richiesta sociale che sarebbe bene demitizzare».
Violet, al centro della scena, non viene identificata in quanto maschio o femmina.
«Già, è semplicemente un profilo curioso, l’attrattiva di Violet è proprio la sua indefinitezza. L’idea di Krapfen mi gira per la testa dal 2018 e non riuscivo a darle vita. L’incontro con Violet mi ha portato dritto al balletto e anche al corpo smembrato nei quattro vestiti. L’ambiguità domina il lavoro e resta anche come intenzione sull’età stessa. Un periodo della vita in divenire, in potenziale».
Si intuiscono diversi riferimenti cinematografici.
«Non ci sono titoli specifici, ma la mia opera prende forma nell’audiovisivo quindi i collegamenti sono inevitabili. Anche perché proprio nel cinema si è sviluppata la retorica dell’infanzia e dell’innocenza. Sto all’incrocio tra il cinema di intrattenimento americano, degli studios hollywoodiani e quello strutturale, alla Peter Kubelka. In mezzo mi riguarda poco. Sono lontano dalla Nouvelle Vague, per capirci».
Tracce di Tim Burton?
«Accenni sì, lo considero cinema popolare. Alcuni suoi film rivisti di recente mi hanno disturbato però. Edward mani di forbice oggi risulta quasi stucchevole, l’adorabile Winona (Ryder), al limite del piatto, eppure la adoro. Anche i riferimenti, nel tempo, si spostano. Qui la danza è dominante: il mondo di Simone Forti, Yvonne Rainer e Jérôme Bel mescolato ai movimenti coreografati dei cartoni Anni Venti, stile davvero attraente per me. Ho pensato più al mainstream che alla danza di ricerca».
Echi di cabaret, nell’allestimento alla Fondazione Sandretto pure di David Lynch, con il video sistemato tra i tendoni senape.
«Sì, anche richiami al circo, all’avanspettacolo, ai passi dei musical. La percezione cambia molto a seconda dello spazio, è il motivo per cui faccio mostre e non film: la sala come luogo di fruizione non mi coinvolge. A Torino si è materializzata un’attrattiva da camera ardente. Cupa, però con quella sorta di sospensione e attesa, l’emozione potente che dà il saluto».
Lì chi si saluta?
«Ognuno avrà sentimenti e pensieri privati, forse si saluta pure quell’età... non saprei».
In quella stanza ha salutato il se stesso adolescente?
«Non ho grandi ricordi, il confronto resta comunque scontato: siamo un accumulo di esperienze».
È nato nel 1985, si sente un millennial?
«Non conosco le esatte caratteristiche della generazione, a istinto dico sì. Sto facendo un periodo insegnamento alla Städelschule di Francoforte, dove l’età varia dai 23 ai 35 anni e noto differenze intense, quindi riconosco una cesura tra un generico millennial e chi c’è prima o dopo».
I ventenni oggi stanno cercando di riappropriarsi di uno spazio?
«Molto è diluito dalla dimensione intangibile del virtuale, questa distanza geografica che si accorcia mentre quella interpersonale si fa meno accessibile».
Krapfen tenta di sottrarsi a questo scontro?
«Non credo di poterlo estendere a una dimensione sociale».
Ne mostra una intima?
«Spero ci si possano specchiare anche dei pari età e che porti a delle riflessioni generazione più vecchie, è un’età facile da derubare».
Anche la musica è centrale, composta appositamente per Krapfen.
«Lavoro dal 2007 con Federico Chiari, compagno di liceo, non è solo musicista, è anche designer del suono. In The Parent’s room abbiamo usato una matrice alla Sinatra, altre volte gli commissiono uno stile: barocco per La gola, jodel per Fritz. Con Krapfen siamo partiti dalla lirica di Rossini, voci nevrotiche poi calate in un breve film con un testo articolato e l’opera si è fatta pop».