la Repubblica, 16 aprile 2026
Tiziano Ferro si confessa a Vittorio Lingiardi
Dovevo fare un’intervista e invece abbiamo parlato. Mi ha preso in contropiede e ha iniziato lui: «Sai che potevi essere il mio professore?». «Davvero?». «Sì, la psicologia è una mia passione». «Non è mai troppo tardi». «Vero. Una mia amica si è laureata a 50 anni. E anch’io ci ho pensato seriamente. Anzi, vuoi sapere?». «Dimmi». «Durante la pandemia mi sono laureato. Triennale americana, online». «Allora non scherzavi. E in cosa?» «Era un triennio base, ho approfondito i temi che più mi appassionano: le addiction e i disturbi alimentari». «Davvero ti vedi psicologo?». «Mi vedo soprattutto studiare la psicologia. Adesso però mi devo fermare, c’è il tour. E poi, tra il lavoro e i bambini, di tempo ne ho poco. Ci arriverò da vecchio. Ma la passione rimane, fin dai tempi delle superiori». «Chi ama la psicologia è perché sente il richiamo della terapia». «Eh, ne ho fatta tanta. Ho iniziato a 28 anni». «Cosa cercavi?». «Tra i tanti motivi, uno importante era che non mi accettavo. E dopo due anni ho fatto coming out: la terapia mi ha spinto fuori da quel disagio». «Come è successo?». «Molto ascolto e poi un sogno». «Te lo ricordi?».
«Altro che! L’eruzione di un vulcano e la lava che inondava la città. Ero con un’amica, eravamo un po’ fidanzati. Lei si salvava con me e io le dicevo: ti voglio bene, ma ora le nostre strade si separano». «Me lo ricordo, il tuo vulcanico coming out su Vanity Fair. Fu un mio studente a raccontarmelo e mi disse che sarebbe stato un bell’argomento da discutere a lezione. Paragonammo diversi modi di fare coming out, Pasolini che nel 1950, in una lettera privata all’amica Silvana Mauri, scriveva “non ho mai accettato il mio peccato… La mia omosessualità non c’entrava con me… La sentivo dentro, cieca e tetra come un fossile” e tu che nel 2010 sulla copertina di un giornale dicevi sorridendo “non ce la faccio più a negare la verità a me stesso… Mi voglio innamorare di un uomo”. A casa sapevano già?». «Quello lì è stato un coming out per tutti. A parte mio padre, mia madre e mio fratello a cui l’avevo detto poco prima. Per i miei genitori, cresciuti in un’altra cultura, è stato un percorso di rinnovamento. Mio fratello, che aveva diciott’anni, mi ha detto: ma perché è un problema? Lì ho capito che il mondo stava finalmente iniziando a girare in un altro modo. Ma fino a quel momento per me è stata una cosa orrenda. Oggi, come dire, ho condonato tutto a tutti. Ma Vittò, sai che brutte le insinuazioni dei giornalisti in quegli anni? Non lo vedevano che ero uno di 23 anni, di Latina, nato in una famiglia tradizionale, in una realtà piccolina? Non lo vedevano quanto ero sperduto? Ma secondo te io c’avevo una vita segreta? Non avevo proprio niente, non sapevo manco dove andare, non c’avevo una lira, vivevo in un monolocale a Roma. Avevo il terrore di fare le interviste perché sapevo che prima o poi mi avrebbero fatto quella domanda, una domanda alla quale non riuscivo a dare risposta. Mi sentivo una persona sbagliata e basta. Coi produttori che mi dicevano ma non hai una fidanzata per un servizio fotografico? E la casa discografica che mi chiedeva di cambiare le canzoni: “Non è che qua puoi dire che c’è una lei che ti manca?”».
«E finalmente arriva la tua amata psicoterapia. Ti ricordi il momento in cui hai deciso di chiedere aiuto?». «Sì, benissimo. La tua domanda mi porta un ricordo che mi commuove. Ora m’ingoio la commozione e te lo racconto. È un’immagine che è ancora lì, come il sogno. Ero a Milano, mi capita di parlare con una persona, una persona piuttosto famosa, che scherzando, ma dicendo la verità, mi fa: “Sto andando da una psicologa, meno male, mi sta aiutando molto”. Qualche giorno dopo, in albergo, all’ennesima birra casco per terra, la faccia sulla moquette, non riesco ad alzarmi e, sempre fissando la moquette, scrivo a questa persona: “Mi dai il numero della tua psicologa?”. Lui me lo manda e io ci vado, ci corro proprio, non ce la facevo più. E sai cosa? Ho iniziato a sentirmi bene solo per il fatto di aver deciso di iniziare a volermi bene». «È così, una terapia inizia prima di iniziare. Comincia quando si prende la decisione di farla. Per te è stato il momento-moquette».
«Ero un concentrato di sintomi: il disturbo alimentare, le storie di bullismo, le addiction, il panico… E naturalmente la difficoltà ad accettarmi per come ero. Insomma un mondo interno piuttosto attorcigliato che ha richiesto parecchie puntate. Per esempio, i problemi alimentari e alcolici li ho risolti con una psicologa in America che aveva un approccio diverso da quella italiana». «Immagino cognitivo-comportamentale». «Esatto. Un approccio molto pragmatico: prima affrontiamo i comportamenti, poi parliamo di tuo padre, di tua madre e di tua nonna…». «La psicoterapia, anzi diverse forme di psicoterapia, sono state tue alleate, ma credo che anche tu sia stato alleato delle psicoterapie: è importante che una voce pubblica e amata come la tua abbia avuto la capacità e il coraggio di raccontare, anzi di cantare, la complessità della mente, la forza ma anche la fragilità delle relazioni, l’amore per la verità. Anche per questo ora puoi cantare Sono un grande senza sembrare presuntuoso: Prendiamo tutte le bugie a sassate / Cantiamo le canzoni dimenticate / Non ce n’è una in particolare / Basta che ci riporti proprio dove / Non sentivamo quel vuoto dentro / Perché se non sono ancora morto/Sarà per caso, sarà per torto / Oppure sarà perché sono un grande / E non me ne sono mai accorto…». «Sì, e anche Superstar se vuoi». «La tua canzone con Giorgia, dove parlate della bellezza e anche delle ombre del successo». «La terapia mi ha aiutato a fare i conti anche con questo. A un certo punto di rendi conto che vendi, che ti ascoltano, e questo diventa un fatto oggettivo». «Come se tu avessi passato troppi anni a sentirti piccolo, anche se avevi successo, fossi finalmente riuscito a trasformare un dubbio su di te in un’affermazione. Dire “sono un grande” non come bravata narcisistica, ma come una lunga conquista di te stesso». «C’è anche un altro motivo. La conquista di quella che oggi si chiama body positivity. L’accettazione di sé, del proprio corpo, e dunque della propria identità. È vero, se vai sui social leggi di tutto, cose orribili, ma non bastano a disinnescare la spinta all’autoaccettazione. Imparare a riconoscere e sentire la propria bellezza, per come siamo dentro e per il corpo che abbiamo».
«Quindi il tuo corpo, che è stato per te un campo di battaglia, ora è un buon compagno di viaggio? A volte è difficile per il corpo dimenticare le memorie traumatiche». «Sì, ci sono temi che rimangono per sempre. Penso a come vedo il mio corpo, al non sentirmi sempre a mio agio con lui. Ma anche a come è bello potersi dire “àmati per come sei”. Ma soprattutto: “Impedisci a chiunque di attaccare chi sei e come sei fatto”». «È anche per questo dialogo non sempre facile con il corpo che hai preferito, in mezzo a tanti colleghi con outfit stravaganti, mantenerti sempre sul classico?». «Così potevo coprirmi molto…». «Quindi mai la fantasia di assumere un’immagine più queer?». «Mi sa che è tardi per me. Ho perso il treno. Tu c’hai mai pensato, Vittò?». «Come vedi no. Temo che la queerness sia più viva nella mia vita mentale che in quella fisica…». «Mi sa che hai perso anche tu quel treno!». «Beh, se ci piacciamo classici, va bene così! Uno non deve mica prendere tutti i treni che passano». «Massì, ne abbiamo presi altri». «Sto ripensando alla tua canzone con Giorgia. E alle tante donne con le quali hai cantato e per le quali hai scritto. Mario Mieli diceva che “un vero gay ama le donne”. Per me è così. Anche per te?». «Hai voglia. C’è una reciprocità che ci aiuta a sentirci sicuri. Credo che una donna con noi si senta più tranquilla e quindi più vera. Senza i giochi, ma anche i timori, della sessualità, il sipario si apre e le donne vanno in scena senza armatura. Noi lo sentiamo e automaticamente facciamo lo stesso». «Diversi come due gocce d’acqua, per citare un bel verso di Wisława Szymborska. Forse anche la comunanza di essere sempre stati considerati soggetti deboli, discriminati, svalutati. E la libertà di provare una gamma infinita di sentimenti e affetti non per forza riconducibili al tema della conquista o del possesso sessuale».
«Sono stato fortunato: le donne che ho incontrato, le mie amiche, sono sempre state sincerissime, hanno sempre saputo dirmi la verità». «E la verità mi sembra sia la stella da cui ti sei fatto guidare». «Sì. E anche prima del coming out nessuno può dirmi, anche se qualcuno ci ha provato, che sono uno che racconta bugie. Cazzate. Io ho fatto il massimo che potevo fare con gli strumenti che avevo in mano e dentro l’anima». «Ti è venuta in soccorso la scrittura. Come se la sofferenza emotiva da una parte diventasse ricerca di terapia, dall’altra ricerca di linguaggio, le tue canzoni». «Quasi senza che lo sapessi o lo potessi controllare. Come dire? Era tutto inconscio. E grazie a Dio. Lo dico sempre, anche quando parlo con altri genitori, fate fare musica ai vostri figli, è una strada che porta dentro di sé». «Questo tema della scrittura e della musica come ricerca di sé mi fa pensare a un’amica comune, Madame. Anche lei con un album nuovo dal titolo distintivo: Disincanto». «Le voglio molto bene. È sempre stata dolce con me, dolce e generosa. M’ha fatto sentire tante cose sue nuove. In studio, solo io e lei. E piangevo come un matto. Lei è spietata, e adoro la sua scrittura così disperatamente vera, come fosse un giuramento. Anche lei è una che deve dire le cose come stanno, e se non le dice proprio come stanno non le vanno bene. Ogni tanto, quando mi fa ascoltare le sue robe, le dico: “Se questa frase non la usi dalla a me, potrei essere io”. E lei ride, che dolce che è. È una combattente che sceglie gli alleati con grande intuizione e capacità empatica». «Adesso ti attende il tour. Come lo vivi?». «Ti dico la verità, non ho paura del palco, anzi, quando metto piede sul palco mi sento a casa. Non vedo l’ora. È come ci fosse qualcosa di erotico, uno scambio sensuale con chi viene a sentirmi. Chi esce dai miei concerti voglio che pensi di essere stato nel posto giusto. Mi piace fare la scaletta delle canzoni pensando a chi viene e senza trascurare mai i vecchi successi, sono loro ad avermi portato sul palco, il pubblico se li aspetta e io li voglio cantare. I miei concerti sono la gioia dei miei singoli. Sono tanti, scegliere ogni volta è un casino. Vorrei farli tutti». «Quindi niente ansia, solo la gioia di ritrovare il tuo pubblico». «Sì. Se devo dirti un’ansia che mi attende, ora che inizio il tour, è come riuscire a stare il più possibile con i bambini». «Adesso dove sono?». «Sono di là che dormono. Verranno in tour con me».
«Che papà sei? Dimmelo con due parole». «Direi un padre amorevole che dà importanza alla disciplina. Non mi convincono i genitori che dicono “sono il migliore amico dei miei figli”. Io voglio essere il padre dei miei figli, non il loro migliore amico. I loro migliori amici li troveranno e con loro potranno parlar male di me!». «Insomma sei un papà del no, una specie piuttosto rara di questi tempi». «Dire di no è un gesto d’amore». «Un altro insegnamento che vuoi dare ai tuoi figli?». «Vorrei che imparassero a rispettare gli altri, i loro professori ma anche i loro amici. E i loro avversari. Vorrei che imparassero a perdere con grazia». «Ti lascio ai tuoi figli, abbiamo rubato loro fin troppo tempo, mi sa che ti aspettano».
Tiziano non ha avuto una vita facile. Le cose belle che ha, dall’affetto dei suoi bambini a quello del suo pubblico, sono il risultato di un desiderio che lo ha sempre spinto a mettersi in gioco. Ha attraversato molte soglie: dalla moquette al vulcano, dal sintomo al canto, dalla vergogna all’orgoglio. Ha preso sul serio la vita, l’ha condivisa in ogni inquietudine. È una Superstar che assomiglia a sé stessa.