Corriere della Sera, 16 aprile 2026
Intervista a Ezequiel Lavezzi
L’espressione sul viso di Ezequiel Lavezzi, argentino, ex Napoli e Psg, è distesa, il tono della voce tranquillo. Risponde da Punta del Este in Uruguay, dove è cominciata la sua rinascita. Di recente ha conosciuto il buio della depressione. Ha chiesto aiuto ed è stato ricoverato, anche grazie al supporto della famiglia e alla nascita di Vittorio, il suo secondo figlio: «È arrivato in un momento difficile della mia vita, mi ha aiutato a salvarmi. Mi sta insegnando un nuovo modo di essere padre».
Lavezzi, come sta?
«Ho attraversato un periodo difficile, ma ora sto bene».
È la fine del 2023, lei è ricoverato in una clinica. C’è chi parla di droga, chi di disturbi mentali: cos’è successo?
«Un profondo malessere, ho conosciuto l’oscurità. Mi facevo del male. A me e a chi mi stava vicino. Alternavo depressione a crisi di ansia. Non ero mai lucido, la testa piena di pensieri negativi».
Sono girate tante voci su di lei, l’hanno ferita?
«Sì, ma erano cose che non potevo controllare. Ero l’unico a sapere davvero cosa stessi attraversando. Avevo toccato il fondo, non riuscivo più a vedermi così. Grazie al sostegno di mia moglie e della mia famiglia mi sono affidato a degli psicologi e ad altri specialisti di una clinica. Il mio percorso non è finito. Do un consiglio a chi soffre così: chiedete aiuto».
Ripensando a quei mesi, cosa prova?
«Orgoglio per essere riuscito ad accettare e poi ad affrontare le mie fragilità. E anche gratitudine: star così male mi ha cambiato come persona. Sono un uomo più consapevole e maturo. A volte non puoi conoscere la luce senza aver visto il buio».
Non le manca il pallone?
«No. È stato e sarà sempre il mio migliore amico, ma ora sto bene così».
Ha scelto di ritirarsi presto, a 34 anni.
«Ero stanco, sentivo che era arrivato il momento di smettere e volevo farlo quando ancora ero ad alti livelli. È stato un gesto di rispetto nei confronti del calcio. Il pallone mi ha salvato».
Ci spieghi meglio.
«I miei genitori erano separati, io stavo con mia mamma, che era sempre al lavoro. Passavo il tempo a giocare con gli amici in strada. Nel mio quartiere si spacciava droga, si girava armati. Senza pallone non so dove sarei finito».
È vero che da ragazzo aveva deciso di smettere?
«Dai 13 ai 15 anni, mi misi a fare l’elettricista. Il calcio mi annoiava, come poi mi è capitato altre volte in carriera. Un giorno però giocai una partitella con gli amici e dei procuratori mi notarono e mi proposero di tornare: “Ma devi iniziare a fare una vita da professionista”. Accettai».
Poi l’Italia, il destino ha voluto Napoli.
«Il destino e il sottoscritto. La prima a volermi è stata l’Atalanta. Era arrivata anche a offrirmi la cifra che avevo chiesto, ma poi si è presentato il Napoli. Per noi argentini era la città di Maradona. Ho rinunciato ai soldi, ma sentivo di dover scegliere l’azzurro».
E ha fatto bene.
«Sono stato travolto dall’affetto e dalla passione dei napoletani. Impari a gestire e apprezzare anche situazioni che non hai mai visto prima: 50 tifosi sotto casa tutte le mattine».
Con quella maglia per il mondo è diventato il Pocho.
«Era il nome del mio cane morto: si chiamava Pocholo. Abbiamo portato il Napoli in Champions, al tempo era una follia. È stata una storia d’amore incredibile».
Non è mai andato in altre squadre italiane.
«Mi hanno cercato tutte le big, ma in Italia c’è solo il Napoli per me. Per questo poi ho scelto il Psg».
In Francia come si è trovato?
«Una bellissima esperienza, si era all’inizio di un progetto che poi si è rivelato vincente. Sono stato bene».
Meglio che a Napoli?
«No, niente supererà Napoli. Il posto che più ho amato».
Da grande cosa farà?
«Voglio essere una persona che non dimentichi quello che ha passato, che riesca ad accogliere la semplicità e che si goda la famiglia. Voglio vivere, ho la fortuna di avere due figli, il dono più grande della vita».
Ma le partite le vede in tv?
«Sì, qualcuna ma il calcio ora non è più importante».