Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 16 Giovedì calendario

Un anno di scelte possibili

Che cosa ha fatto il governo e che cosa dovrebbe fare nel tempo che resta, poco più di un anno? Sono interrogativi proposti più volte in questi giorni, dopo l’esito negativo del referendum. La risposta alla prima domanda è stata in generale negativa. Ma solo chi non legga la Gazzetta Ufficiale, né le ottime e puntuali relazioni sul monitoraggio dei provvedimenti legislativi e attuativi del Dipartimento per il programma di governo della presidenza del Consiglio dei ministri, e quelle sulla produzione normativa del Servizio studi della Camera dei deputati può dire che il governo ha fatto poco.
Basti notare che uno degli ultimi decreti legge, quello sul Piano nazionale di ripresa e di resilienza, è lungo ben 68 pagine.
È importante piuttosto riflettere su come ha operato il governo. L’ha fatto scegliendo, con l’eccezione del referendum sulla giustizia, questioni di low politics e seguendo un criterio di riformismo ridotto, ascoltando più gli interessi che le opinioni, prestando attenzione più alle «voci di dentro» del corpo dello Stato che a quelle della società, tralasciando l’annoso problema del deficit di efficienza del settore pubblico.
Ha fatto una politica finanziaria prudente, nell’interesse del Paese, ma senza una spending review che avrebbe consentito di accertare dove si possono fare risparmi per poi decidere dove debbono farsi spese aggiuntive (un esempio: vista la diminuzione degli studenti, a causa della denatalità, invece di assumere nuovi insegnanti, perché non cominciare ad aumentare i miserrimi stipendi dei professori?).
In terzo luogo, il governo ha operato con una presenza internazionale che, per la seconda o terza volta nel corso della storia repubblicana, ha dato un segno della vitalità del Paese nel contesto internazionale, ma ha dovuto accettare i costi derivanti dai trattati e dalla grave crisi che sta attraversando la più antica democrazia del mondo, quella americana (si poteva dimenticare che sul suolo italiano vi sono i corpi di circa 12 mila militari americani e che qui ne sono stati uccisi o feriti 190 mila, per contribuire a riportare da noi la democrazia?).
Anche alla seconda domanda, quella relativa al programma di azione del prossimo anno, molti hanno dato una risposta negativa, dicendo che non c’è né tempo, né energia per colpi d’ala, che bisogna «tirare a campare».
Un governo, invece, ha il dovere di provvedere, di non fermarsi. E la strada da percorrere è abbastanza chiara, se si tiene conto dei bisogni dei tre grandi servizi pubblici a rete, la scuola, la sanità e la giustizia. In particolare, sulla giustizia è sbagliato pensare che si debba chiudere il cantiere delle riforme, perché l’esito del referendum ha escluso che si debba operare sulla cornice costituzionale, non sulla struttura interna e sul funzionamento della giustizia.
L’esperienza di questi quattro anni dovrebbe anche fornire qualche suggerimento di metodo, nel senso che il governo ha avuto un difetto di concentrazione. Va corretta la rotta facendo agire più il Parlamento e ascoltando più il Paese (Ciampi, da presidente della Repubblica visitò tutte le province italiane, raccogliendo analisi, proposte, progetti, idee, che poi trasmetteva a chi doveva decidere: perché non seguire questo bell’esempio?); riducendo il tasso di verticalizzazione della politica, fortemente accentuato in questa fase anche dalle opposizioni, troppo piene di primi attori che amano il palcoscenico; correggendo l’impostazione che vede i rapporti con la società civile fondati in prevalenza sulla cura di interessi, piuttosto che sull’ascolto di opinioni.
Questo conviene non solo al governo in carica, ma anche al Paese che non può permettersi una pausa nell’attività di governo solo perché vi è stato un referendum con esito negativo e perché si avvicina la scadenza della legislatura.