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 2026  aprile 16 Giovedì calendario

Intervista a Emilio Jona

Emilio Jona, classe 1927. Poeta, romanziere, scrittore, esperto di musica popolare, avvocato. Come preferisce definirsi?
«Mi piace pensarmi come studioso dell’animo umano».
Le storie raccolte con Cantacronache raccontavano l’animo umano?
«Sì. E raccontavano il Paese, la cultura popolare, la politica e la protesta molto prima dei cantautori. Fabrizio De André nella sua Guerra di Piero cita parte di un testo che Italo Calvino scrisse per noi di Cantacronache. Ne ho parlato più volte anche con Francesco Guccini che ci riconosce di aver precorso i tempi del cantautoresimo».
Andiamo con ordine. Cantacronache era un collettivo di letterati, poeti e musicisti di cui lei fu fra i fondatori. Per citare qualche partecipante: Italo Calvino, Gianni Rodari, Umberto Eco, Franco Fortini, moltissimi intellettuali del tempo...Come nacque, con quale obiettivo?
«Eravamo un gruppo di amici, a Torino. Anno 1957. Ci sembrava intollerabile e fastidioso che la scena fosse tutta e solo per le canzonette, non si capiva perché».
Quindi siete diventati i nemici giurati di Sanremo.
«Lo siamo sempre stati. Abbiamo cominciato a raccogliere, scrivere, musicare canzoni e storie non gastronomiche, cioè non da mangiare e digerire come le canzonette di Sanremo. Racconti di operai, mondine, fatica, politica».
Fino a diventare punto di riferimento per l’intellighenzia del Paese...
«Esatto. Nel tempo grazie a Cantacronache ho conosciuto Moravia, Pasolini, Pratolini, Silone, Levi... tutti. Italo (Calvino, ndr) era un amico e ha lavorato molto con noi. Era divertente, intelligente, non si dava mai arie ed era molto stonato. Umberto (Eco, ndr) ha scritto testi che non abbiamo mai musicato e la prefazione a una nostra raccolta di canzoni... e così tanti altri».
Ci fa l’esempio di una vostra canzone?
«Ne ricordo una che faceva impazzire la Democrazia cristiana. Racconta un fatto vero: due suore accompagnano al seggio elettorale una vecchina che muore per strada. Però, com’è come non è, quella vecchina vota lo stesso. E la canzone diceva “la gelida manina fece la crocettina”. Ovviamente sul simbolo della Dc».

Parliamo della sua famiglia: piemontesi di Biella ed ebrei perseguitati.
«Eravamo gente ricca, con cameriera e domestica in casa, con la sinagoga privata.
Mio padre era un avvocato molto famoso, in paese: uno dei quattro che si rifiutò di iscriversi al fascio. Mamma era una grandissima camminatrice. Eravamo tre fratelli e una sorella e io posso dire che nonostante tutto ho avuto una vita fortunata».
Ci racconti del «nonostante tutto».
«La prima volta che sentii addosso le persecuzioni razziali fu nel 1938. Ho 10 anni, vengo invitato alla festa di un amico e ci trovo un’istitutrice tedesca con modi da superiorità razziale. Comincia con angherie insopportabili nei miei confronti, io mi irrito e faccio a botte con un ragazzino. Me ne vado anzitempo dalla festa e non scorderò mai i bambini e quella fräulein schierati, a guardarmi dall’alto e a far roteare un lembo delle loro magliette: imitavano il codino del maiale contro di me, ebreo, che non mangiavo maiale».
Ricorda la fuga con la sua famiglia?
«Sì, era il 20 settembre del 1943. Andammo via di corsa tutti assieme, cameriera compresa. Mia madre rimase poco con noi. Era malata di cancro e mio padre riuscì a portarla in ospedale sotto il falso nome di Iovine. Morì a 42 anni sola, in quell’ospedale, il 28 marzo 1944. Lui voleva andare a trovarla travestito da prete ma poi pensò: se mi scoprono che ne sarà dei miei figli?».
Quando la vide per l’ultima volta?
«Il 22 dicembre del ‘43. Ci separammo. Io mi nascosi con mio padre e mio zio in una casa della Valle Andorno che adesso si chiama Valle Cervo, sopra Biella. Ricordo che arrivare in quella casa c’erano da salire 48 scalini: li feci il 22 dicembre del ‘43. Li rifeci a scendere, libero, il 27 aprile del 1945».
Mai uscito dal rifugio?
«Solo qualche volta, di notte, con mio padre. I tedeschi ogni tanto venivano a fare perquisizioni; forse mi ha salvato la cacca delle mucche perché pestandola confondevo i loro cani».
«Quattro donne» è il titolo del suo ultimo libro, per Neri Pozza: sono le donne che aiutarono la sua famiglia fra fuga, nascondigli, informazioni...
«Era un dovere morale per me ricordare e nominare persone che sono state luce nell’oscurità di quel tempo. Ci hanno accolto, aiutato, seguito, salvato. Ci ha salvato anche il silenzio della valle in cui eravamo finiti: 3.500 persone fedeli al detto “io non so, ma se anche sapessi non saprei”. A 200 metri da noi c’era un’altra famiglia nascosta e più in là c’era il rifugio segreto della madre di Enrico Mentana e nessuno di noi ne ha saputo niente fino alla liberazione».
È vero che ora è della sua famiglia la casa dove vi eravate nascosti?
«Era la casa di Marì, la donna che nascose me, mio zio e mio padre. Marì dopo la guerra sposò mio zio. Quando lei morì lui ereditò la casa che alla fine è passata a noi. Delfina era invece la donna che si occupava della corrispondenza, dei soldi, che ci teneva informati l’un l’altro, andava da mia madre: nascondeva lettere e soldi nel doppiofondo di un barattolo. Dopo la guerra lei sposò mio padre».
Se non fosse stato avvocato e scrittore?
«Mi sarei occupato di psicoanalisi o avrei fatto il maestro di sci. Ho sciato fino a 88 anni e sono stato un gran camminatore; a piedi per l’ Italia ma anche in Tibet, sul monte Ararat, in Guatemala, in Ecuador...
Lo studio avviato di mio padre era la via più facile per metter su famiglia: sposai e amai molto Giovanna, morta nel 2013. Ho un figlio, Alberto, che ha 69 anni».

Questa casa sembra avere le pareti di libri. Ha idea di quanti siano?
«Circa 20 mila qui, poi ce ne sono altri nelle altre case».

Sono loro che tengono allenata in modo formidabile la sua memoria?
«Diciamo che ricordo tutto del passato remoto, molto meno di quello recente».
Quale dieta l’ha portata fino alla soglia dei cent’anni?
«Cibi molto spartani, naturali. Soprattutto verdure fresche e cose essenziali, non ho mai cercato la presunta raffinatezza di cui si parla tanto».
Vita di relazione?
«Molto intensa ma soprattutto via email e telefono, perché ho qualche problema di schiena e di respirazione quindi non faccio più le lunghe passeggiate di un tempo. Ma ogni tanto invito amici a pranzo».
Ore di sonno?
«Non molte perché sono uno che tira tardi. Mi addormento alle 2-3 del mattino».
E cosa fa fino a quell’ora?
«Scrivo. Le idee migliori mi vengono di notte. Sto lavorando a due libri: uno sulla Resistenza in Toscana e uno su Israele. E poi sto mettendo assieme tutte le mie poesie e vorrei farne un’opera omnia per i miei cent’anni. Questo per dirle che non contemplo l’idea di andarmene a breve».
Ci sta dicendo che pensa al tempo che le resta?
«Si può farne a meno a 99 anni? Ma per affrontare la morte l’unica è vivere alla giornata. Gioco sulla lentezza, inganno la comare secca fingendo di avere tempo».