Corriere della Sera, 16 aprile 2026
Intervista a Vittoria di Savoia
Vittoria, qualcuno la chiama altezza reale o principessa?
«Nessuno. A parte chi magari mi riconosce per strada. Al che, rispondo: call me Vitto».
Vittoria di Savoia, 22 anni, vive a Londra ed è la primogenita di Emanuele Filiberto e dell’attrice Clotilde Courau. Dal tre febbraio 2024, quando è morto suo nonno Vittorio Emanuele, è prima in linea di successione al trono d’Italia che non c’è. Se non ci fosse la Repubblica, sarebbe la nostra futura regina, ma quella che ho davanti per la sua prima intervista a un giornale italiano è una ventenne in felpa grigia e senza trucco, al momento felicissima per tre motivi: perché è appena stata a un concerto-tributo ai Bee Gees; perché da due mesi si è «disintossicata» da TikTok; e perché sta per proporre a Milano, durante la Design Week, la sua prima mostra d’arte da cocuratrice. Otto artisti internazionali sono chiamati a confrontarsi col capolavoro seicentesco Il ratto di Europa di Luca Giordano, tema molto contemporaneo. Le chiedi se c’è un messaggio politico e lei: «Tutto è politico, no? E, se non è politico, non è arte».
A 17 anni, ha lasciato Parigi per Londra proprio per studiare politica. Però, ora si occupa di arte, fa la modella, studia recitazione. Cosa farà da grande?
«Non penso che esista un solo percorso. Studiare politica non mi è piaciuto molto e ho subito lasciato l’università senza dirlo ai miei genitori: volevo dimostrare che potevo farcela da sola. Per mantenermi, ho trovato lavoro in una galleria d’arte, la Thaddeus Ropac, e in un pub, dove servivo ai tavoli e facevo un po’ di tutto. E intanto, ho aperto una piattaforma per promuovere giovani artisti, si chiama Curated by Vittoria di Savoia, e mi sono iscritta a un corso di teatro. Recitare mi è piaciuto. Allora, ho chiamato mia madre e le ho detto: torno a Parigi perché mi piace il teatro».
E la mamma?
«Mi ha risposto: è un mestiere come un altro, l’importante è che lavori. E io: non c’è problema. Sono tornata e ho fatto tre corsi di recitazione in contemporanea. Avevo messo da parte un po’ di soldi lavorando al pub e ho potuto pagare tutto da sola. Poi, ho iniziato a fare casting e, al terzo provino, mi hanno presa per un film di Prime Video che esce a settembre. Una gioia incredibile».
Che film è? E che ruolo ha?
«È un teen movie, Toi + Moi – Seuls contre tous, tratto da un romanzo di Emma Green. Sono la protagonista: una ragazza un po’ persa che sogna di diventare regista, mentre la sua famiglia la spinge verso altri studi. Mia madre è interpretata da Suliane Brahim, di cui sono una fan assoluta. Stare sul set mi è piaciuto. È bellissimo quando ti svegli la mattina e ti dici: wow sto vivendo il mio sogno! E ora studio alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra».
E la mostra a Milano dal 17 al 24 aprile?
«Il punto di partenza è quest’opera monumentale custodita alla galleria Bkv Fine Art di Milano e che rappresenta il mito di Zeus rapitore. Con l’altra curatrice, Sarah Daoui, abbiamo invitato otto artisti a creare un dialogo con quel dipinto che parla di conquista, violenza e costruzione politica dell’identità. Il paradosso che mi interessa è che Europa non è europea, viene dall’Oriente. Mettiamo in conversazione epoche diverse e, in questo senso, il mito, da scena del passato, diventa uno specchio per leggere il presente».
Lei ha fatto anche foto di moda e una campagna per Lorenzo Serafini e, su Instagram, ha centomila followers. Il futuro è anche da influencer?
«Non credo. Per me, i social sono uno spazio creativo dove condividere progetti artistici e cose che mi interessano. Non voglio usarli per mettere foto di quello che mangio. Non voglio che i giovani mi vedano come un modello, come se dovessero avere la stessa bocca o lo stesso naso. Per la mia generazione, i social sono un’opportunità, ma anche una difficoltà. Io ho disattivato TikTok e giuro che vedo la differenza sulla mia capacità di concentrarmi: riesco ad andare più in profondità su tutto. Ho più tempo, faccio più cose. La sera, leggo un libro».
Quindi, non ha l’ansia da like o da haters?
«No, perché sto poco sul telefono. Preferisco andare al cinema, al teatro, a una mostra. Le foto le faccio con una Olympus presa in un mercatino. Come me, tanti miei coetanei si stanno stancando del virtuale e hanno nostalgia di un’epoca che non abbiamo vissuto: vestiamo vintage, andiamo ai concerti rock…».
Quando ha capito che la sua famiglia era diversa dalla altre?
«Non attraverso i miei genitori, ma dai bambini a scuola. Però non l’ho mai vissuto come un peso. Per me, conta soprattutto quello che costruisco io».
Che educazione ha avuto?
«Molto libera e molto solida. Sono cresciuta a Parigi con mia madre e lei e papà mi hanno trasmesso i valori del lavoro e del denaro. Mi hanno sempre insegnato che devo lavorare».
In un’intervista al «Corriere», suo padre ha raccontato che, venendo da un’educazione molto formale, era di carattere chiusissimo e non riusciva a esprimere le emozioni con voi figlie. Ha detto che tre psicologi si sono arresi e che poi l’ha guarito sua madre Clotilde. Alla fine, ha imparato a parlare con voi figlie?
«Direi di sì. Oggi, abbiamo un rapporto sincero, aperto, bellissimo. Io, quando ero più giovane, provavo rabbia, c’erano tante cose che non capivo, ma poi crescendo ti rendi conto che i tuoi genitori sono anche loro persone e imparano insieme a te».
Perché provava rabbia?
«Credo che tutti gli adolescenti la provino, no? Forse perché avrei voluto i miei più insieme o perché non capivo la questione del cognome… Ora, è tutto passato».
Nel 2020, suo nonno cambiò la legge dinastica aprendo la successione alle donne e lei si ritrovò erede al titolo. Che effetto le ha fatto?
«L’ho visto come un segnale simbolico importante: le donne stanno prendendo sempre più spazio. Gli ho chiesto: ora, dovrò studiare di più? Gli chiedevo sempre di raccontarmi le storie di famiglia. Mi affascinano le figure femminili, come la mia bisnonna Maria José».
Cosa pensa della contesa sul titolo di capo del casato promossa dai Savoia Aosta?
«Credo sia giusto rivolgere la domanda a mio padre».
Lei è stata in Ucraina a portare aiuti: slancio personale o senso del dovere?
«Ero a Londra e ho visto in tv le immagini delle persone che scappavano dalla guerra. Ho chiamato mio padre e mi ha raccontato che c’era in partenza una missione della Croce Rossa. E io, subito: devo andare; vado; ho bisogno di andare. Ho fatto 22 ore di macchina, è stata un’esperienza fortissima: alla stazione dei treni in Polonia, mi sono commossa vedendo le donne che dicevano addio ai mariti e i bambini che non capivano e dicevano “a dopo”».
Quanto si sente italiana?
«In Italia ho imparato a camminare e nuotare. Mi sento italiana nel rapporto con l’arte e la bellezza».
L’anno scorso, suo padre ha detto in un’intervista che lei ha un fidanzato.
«Forse al tempo».
Qual è un momento in cui si sente molto felice?
«Il lunedì sera, in un pub di Londra dove gli anziani insegnano l’armonica a noi giovani. E quando seguo il mio corso da clown, che è bello perché mette al centro il corpo e ti insegna a non avere paura di niente».