Corriere della Sera, 16 aprile 2026
I cattolici trumpiani e Donald, è l’ora del grande gelo
Il silenzio è quasi assordante. E le poche voci che emergono dal mondo cattolico classificato come «trumpiano» non sono indulgenti col presidente degli Stati Uniti. Gli insulti reiterati di Donald Trump contro Leone XIV non si fermano. Anzi, vengono accompagnati dalle «lezioni» di teologia al Papa del suo vice convertito al cattolicesimo, James Vance. Il risultato, almeno per ora, mostra l’isolamento della Casa Bianca rispetto a una porzione d’America che nel 2024 lo ha portato trionfalmente al potere. L’impressione è che Robert Prevost, primo pontefice statunitense, stia dividendo la nebulosa del tradizionalismo. E che in parallelo abbia compattato l’episcopato.
A Roma, un suo referente storico come il cardinale Raymond Burke tace, nel suo appartamento in Vaticano: quello che Francesco lo aveva obbligato a pagare con un affitto «di mercato» per punirlo delle posizioni conservatrici e le critiche all’allora pontefice argentino. D’altronde, sarebbe strano se Burke attaccasse papa Prevost: tra l’altro, spiazzando i pregiudizi del movimento Maga a ottobre gli ha permesso di celebrare la messa in latino nella basilica di San Pietro, dopo anni di ostracismo di Francesco. Ma colpisce anche, almeno finora, il silenzio del cardinale newyorchese Timothy Dolan che Trump aveva maldestramente additato come possibile candidato all’ultimo Conclave.
E quando tre giorni fa Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester, in Minnesota, ha dichiarato che il presidente «dovrebbe scusarsi con Papa Leone XIV», l’autogol dell’inquilino della Casa Bianca si è rivelato clamoroso. Barron è sempre stato uno dei tifosi più convinti del trumpismo come difensore dei valori cristiani. Ma l’offensiva contro il figlio di Chicago a Roma; le immagini in cui Trump si paragona a Gesù che guarisce i malati o addirittura li resuscita, tranne poi correggersi; le accuse a Leone di essere debole e di non capire la logica della guerra all’Iran: tutto congiura magari per compiacere l’antipapismo di qualche frangia protestante. Allontana, però, molti cattolici.
Perfino EWTN, il più grande conglomerato di media religiosi del mondo e la maggiore rete cattolica degli Stati Uniti, ha accolto con freddezza le sortite trumpiane. Raymond Arroyo, in passato accusatore tetragono di Francesco, stavolta si è schierato con Leone XIV e contro Trump. «Il suo è stato uno sciatto e francamente irrispettoso attacco al Papa», ha detto. Che le intemerate presidenziali abbiano sconcertato più che entusiasmato quel mondo è stato sempre più chiaro col passare delle ore. Ne ha fatto le spese qualche giorno fa proprio Vance, reduce dalla sfortunata missione in Pakistan per strappare una tregua sull’Iran.
L’agenzia AP lo ha seguito nel collegio elettorale in Georgia per una manifestazione organizzata da Turning Point, il gruppo legato a Charlie Kirk, il giovane attivista conservatore assassinato nel settembre del 2025. Ma invece di trovare un uditorio amichevole, Vance si è trovato in un’arena con molti posti vuoti. E si è sentito piovere addosso una miscela di scetticismo e disapprovazione dei conservatori cattolici per «l’assalto», così l’ha definito l’agenzia, a Leone XIV. Rimane tuttavia il sospetto che l’insistenza del presidente contro i vertici vaticani nasca dalla volontà di provocare comunque una spaccatura nell’episcopato e nella comunità cattolica; e di riproporsi, lui protestante, come «papa americano» votato dal 54 per cento di chi abbraccia quella fede religiosa.
Lo lasciava capire l’immagine creata dall’intelligenza artificiale e rilanciata dalla Casa Bianca, che lo immortalava «travestito» da pontefice prima del Conclave: una pretesa che in questo anno di papato si è rivelata non solo velleitaria ma ridicola. Da allora, è stato un crescendo di riferimenti religiosi e quasi messianici. Fino a quello, vagamente blasfemo, di Trump moderno Gesù chino su un malato: anche se di fronte alle reazioni sdegnate ha sostenuto che stava facendo il dottore. Il suo problema è che negli stessi mesi è cresciuto il coro unanime dell’episcopato cattolico contro le deportazioni spietate degli immigrati nelle città americane; le critiche contro la guerra e le violazioni del diritto internazionale.
A gennaio l’arcivescovo Timothy Broglio, ordinario militare considerato un «trumpiano», è arrivato a dire alla Bbc inglese che «sarebbe moralmente accettabile disubbidire agli ordini» se i soldati americani li ritenessero ingiusti. Evidentemente, la Casa Bianca conta di insinuare dubbi nelle frange più estremiste del tradizionalismo: per questo continua a martellare. Forse spera che la «pax leoniana» dentro la Chiesa statunitense sarà messa in tensione quando il papa dovrà affrontare temi dottrinali spinosi, che in passato hanno diviso i vescovi negli Usa e in Europa. Può darsi che qualche seme di zizzania riesca a farlo spuntare.
Ma le elezioni di medio termine tra sei mesi potrebbero rivelarsi troppo vicine, e disastrose per la sua amministrazione. A quel punto, più che la fuga dei cattolici dal papa si potrebbe registrare quella dei Repubblicani da Trump: con l’elettorato «papista» in prima fila.