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 2026  aprile 16 Giovedì calendario

Nuovo appello di Papa Leone XIV

Lungo il percorso dall’aeroporto al centro della capitale, tra palme e alberi da frutto, ci sono decine di migliaia di persone in attesa sotto il sole ai margini delle strade attraversate da striscioni di «benvenuto al messaggero di pace». Dall’Algeria, il Papa è arrivato ieri in un Paese nel quale i cattolici sono otto milioni, poco meno del 30 per cento. Si è presentato «come pastore e servitore del dialogo, della fraternità e della pace», deciso a ripetere che «la pace non si fonda sulle minacce e le armi» e andare avanti, senza curarsi degli attacchi quotidiani di Trump e del suo vice.
«Nei due giorni in Algeria abbiamo avuto l’opportunità meravigliosa di continuare a costruire ponti, per promuovere il dialogo», ha raccontato sereno ai giornalisti sul volo verso Yaoundé. Ha ricordato le sue visite nella Ippona di Agostino, «il suo invito a cercare Dio e la verità», e alla moschea di Algeri: «Penso sia stata significativa, per dire che se anche abbiamo fedi diverse, differenti modi di adorare e di vivere, possiamo vivere insieme in pace». Sta diventando il senso del suo stesso pontificato, in un pianeta sempre più diviso e un momento drammatico della storia: «Penso che promuovere quel tipo di immagine sia qualcosa che il mondo ha bisogno di sentire, oggi, e che insieme possiamo continuare a offrire nella nostra testimonianza, mentre proseguiamo in questo viaggio apostolico».
Oggi Leone XIV volerà a Bamenda, nel Nord-Ovest del Camerun, epicentro della guerra civile che nelle regioni anglofone si combatte da anni tra forze separatiste e governative, uno dei tanti conflitti dimenticati tra gli oltre cinquanta del pianeta: «Di fronte a situazioni così drammatiche, all’inizio dell’anno ho invitato l’umanità a rifiutare la logica della violenza e della guerra per abbracciare una pace fondata su amore e giustizia», ha detto ieri alle autorità. Prevost ripete l’invocazione alla pace «disarmata e disarmante» con cui si è presentato al mondo: «Una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, aprire i cuori e generare fiducia, empatia e speranza». La pace «non può essere ridotta a slogan», considera: «Va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza. Per questo ribadisco con forza: il mondo ha sete di pace. Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli!».
Mentre il vicepresidente Usa J.D. Vance pretende di insegnare teologia al Papa a proposito della «guerra giusta», un editoriale dei media vaticani («I papi e le guerre nell’epoca contemporanea») ha replicato ieri elencando il magistero dell’ultimo secolo. Del resto ci aveva già pensato lo stesso Leone nella veglia per la pace che ha convocato l’11 aprile, anniversario della Pacem in Terris che Giovanni XXIII scrisse nel 1963, dopo la crisi dei missili a Cuba, per dire che nell’era delle armi nucleari la guerra «è estranea alla ragione».
Il presidente del Camerun Paul Biya, 93 anni, sta al potere dal 1982. Leone ha fatto notare che «i giovani sono chiamati a dare forma, anche politica, a un mondo più equo» e chiesto che «la voce delle donne sia pienamente riconosciuta». Bisogna «rompere le catene della corruzione» e chi governa deve «dedicarsi con mente lucida e coscienza integra al bene comune».