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 2026  aprile 16 Giovedì calendario

Trump insiste contro Meloni e il Papa

«Abbiamo lo stesso rapporto che avevamo prima con l’Italia, con Giorgia Meloni?». «No, no. È stata negativa, con chiunque ci abbia negato aiuto in questa situazione iraniana non abbiamo più lo stesso rapporto. Deve sapere che l’Italia prende tanto petrolio dallo Stretto…», e a quel punto Trump si è fortunatamente perso in una divagazione sulla corretta denominazione dello Stretto, concludendo con una battuta «ma l’unico modo in cui non puoi chiamarlo è Stretto di Trump, è un’idea che non gli piace» per poi passare oltre. L’altra sera Trump ha scelto Maria Bartiromo, giornalista di Fox News dal curriculum ineccepibile (e anche una cittadinanza onoraria italiana concessa dall’attuale governo), fedelissima che non lo abbandonò neanche dopo la sconfitta del 2020, per parlare di Iran, di economia, del presidente della Fed Jerome Powell a lui inviso. Tutto in un’intervista trasmessa ieri mattina.
Sulla guerra, ha insistito che è «molto vicina alla fine» (a telecamere spente, a Bartiromo aveva detto «è già finita» facendosi prendere la mano, non l’ha ripetuto in onda). E come sempre alternando bastone e carota si è vantato del fatto che l’esercito americano potrebbe «spazzare via» i ponti e le centrali elettriche della repubblica islamica in meno di un’ora se un accordo non venisse raggiunto presto («Li abbiamo cancellati», ha detto riferito agli ayatollah ripetendo un verbo al quale è affezionato quando si parla di Iran, «ci vorranno vent’anni per ricostruire tutto anche se li aiutassimo noi»).
Un secondo round di colloqui potrebbe riprendere entro pochi giorni, con la delegazione americana sempre capitanata dal vicepresidente Vance (con il fido Steve Witkoff e il genero Jared Kushner), e c’è «ottimismo» (parola ripetuta anche ieri pomeriggio dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt in un briefing). Il termine iniziale di quindici giorni per il cessate il fuoco e arrivare a un accordo non verrà però esteso. I colloqui avverranno ancora a Islamabad? Se sì, non prima di sabato (il premier pachistano Shehbaz Sharif è in viaggio diplomatico: Arabia Saudita, Qatar, Turchia).
Trump ha definito «molto triste» il piano europeo per riaprire lo Stretto di Hormuz senza il coinvolgimento americano rivelato dal Wall Street Journal: «Hormuz si sta già riaprendo, ci sono navi che entrano ed escono – ha detto a Bartiromo —. Ma come si fa a stare con un gruppo di Paesi con quest’atteggiamento?». Papa Leone XIV? «Qualcuno gli dica che l’Iran ha ucciso almeno 42 mila manifestanti innocenti e disarmati negli ultimi due mesi, e che l’atomica all’Iran è assolutamente inaccettabile».
Trump ha sostanzialmente un solo modus operandi: applicare pressione. Con l’attuale presidente della Federal Reserve Jerome Powell gli è andata male: aveva cercato di licenziarlo (non può), ieri ha ripetuto che se ne deve andare alla scadenza del mandato il 15 maggio. L’aveva fatto indagare per danno erariale da una procuratrice federale sua fedelissima, e adesso i repubblicani al Senato hanno bloccato l’iter del successore. Proiettando Powell verso un prolungamento a interim.
In tema di pressione sull’Iran: in arrivo altri 10 mila soldati americani nell’area (4 mila marines con le unità anfibie, 6 mila marinai: non abbastanza comunque per un’invasione di terra). E a Teheran fonti iraniane hanno detto all’agenzia Reuters che l’Iran propone di consentire alle navi di passare liberamente attraverso il lato omanita dello Stretto. «L’Iran non cerca guerra o instabilità, ma non si lascerà forzare alla sottomissione», ha chiarito il presidente iraniano Masoud Pezeshkian (interessante l’analogia con l’immagine trumpiana, che ha detto a Bartiromo che se gli iraniani avessero l’atomica «dovremmo chiamarli “sir”, signore»).
E la Cina? Il ministro degli esteri iraniano ha sentito il suo omologo cinese. «Sosteniamo lo slancio dei negoziati», ha fatto sapere Pechino, accusata però di armare Teheran. «Xi mi ha detto che non stanno fornendo armi», ha assicurato Trump via Truth Social, precisando che «il presidente Xi mi darà un “big, fat hug”, un grosso grasso abbraccio, quando lo vedrò tra qualche settimana. Stiamo lavorando insieme in modo intelligente, e molto bene. Non è meglio fare così, che combattere? Ma ricordate siamo molto bravi a combattere, se proprio dobbiamo, molto più bravi di tutti gli altri».