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 2026  aprile 15 Mercoledì calendario

Quando Gianni Brera se ne andò in America, così per sport

La distanza tra la Padania e il Maryland – iuessei, America – è di 6.800, 6.900 chilometri, l’è istess, dieci ore di volo, sei di fuso orario, e un Mare Oceano in mezzo. In linea d’aria. La distanza culturale fra il balòn e il football americano, invece, è incolmabile. Gianni Brera lo capì appena atterrato a New York, e provò a spiegarlo, a modo suo: firmando una serie di corrispondenze in punta di macchina per scrivere, in bilico – come lo fu tutta la sua vita – fra il giornalismo e la letteratura. Era la primavera del 1955.
Cosa ci facesse Giovanni Luigi Brera detto Gianni (1919-92) in America è presto detto. In quel momento aveva 35 anni e pur essendo già «il» Gianni Brera, era senza lavoro. Si era da poco dimesso da direttore della Gazzetta dello Sport dove fu il più giovane della storia – a causa, diciamo così, della diversità di vedute con l’editore. Fu il primo caso nel giornalismo di un direttore che si «autolicenzia»: era stato accusato, in maniera ridicola, ma tant’è, di essere una spia dell’Urss perché aveva dato spazio all’impresa del mezzofondista sovietico Vladimir Kuts. Sportivi e artisti russi facevano paura ieri come la fanno oggi. L’è inscì...

E comunque. Senza stipendio e con una moglie e tre figli piccoli a casa, il Gianni accettò un viaggio di tre mesi negli Stati Uniti organizzato dal Dipartimento di Stato americano per far conoscere i campus universitari e i loro sport agli europei. «Perché no?», si disse. L’idea era di staccare per un po’ dall’Italia, conoscere un Paese di cui aveva solo letto e sentito dire, vendere corrispondenze a qualche testata disposta a ingaggiarlo e poi magari tirarci fuori un libro, di cui pensò subito il titolo – In America per sport – ma che poi, forse anche per rispetto verso Soldati, Cecchi e Piovene che lo precedettero, non scrisse mai.

Scriverà però una serie di reportage per il Tempo, L’Illustrazione Italiana e persino il francese L’Equipe (la lunga intervista pubblicata in prima pagina a Avery Brundage, all’epoca presidente del Cio, con l’anticipazione sulle Olimpiadi che Roma avrebbe ospitato nel 1960), girando su e giù per gli States – New York, Washington, New Haven, Filadelfia, Indianapolis, Chicago, San Francisco, Los Angeles, Denver – fra stadi, college, palestre, palazzetti dello sport, circuiti automobilistici, ippodromi, campi da golf, da baseball, da pallacanestro... Fenomenologia dell’homo sportivus americanus – che è latino tortellonico... -, insomma, racconti d’autore, tra sport e costume, cronaca e sociologia, dei mondi oltreoceanici dell’atletica, l’ippica, il football, l’automobilismo, il pugilato (con il concorso esterno di Little Italy). Ed eccoli qui, raccolti per la prima volta in volume dal brerologo princeps Claudio Rinaldi, che pennella una introduzione che noi possiamo solo riassumere peggio: Gianni Brera, Viaggio in America (Aragno, pagg. 164, euro 22).
Prime impressioni. A Brera l’America, troppo larga, sta stretta. Non gli piace, non si sente a suo agio, non parla l’inglese (anche se «l’italiano è la seconda lingua di New York»), non riesce e non vuole integrarsi, la vita da freelance non gli si addice (lui ha preso accordi con i giornali, ma tenere i contatti non è semplice, lui spedisce i pezzi ma non sempre gli vengono pubblicati, o escono in ritardo... insomma la solita storia: se dentro un giornale sei qualcuno, quando sei fuori sei metà di qualcuno, con quella spiacevole impressione, come confessa al figlio Carlo, «che ti facciano un favore a pubblicarti»), e poi la cultura completamente differente, la solitudine, le spese a suo carico (taxi soprattutto), la lontananza dalla famiglia... Insomma sin da quando arriva non vede l’ora di tornare... E non è un caso che se i pezzi sul campo ci dicono molto sul Brera giornalista, le lettere che scrive alla moglie Rina dagli Usa – a oggi inedite, ma che Rinaldi ha potuto consultare nell’archivio della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, e di cui riporta alcuni stralci nell’introduzione – ci dicano ancora di più sull’uomo Brera. «Non conosco l’inglese. Sono un vecchio cane in trasferta che non avverte la zaffata delle femmine e non può nemmeno distrarsi conversando di letteratura. Una bestia da soma, con sul groppone molti taccuini da interpretare».
Ma adesso basta coi lacrimoni. Passiamo alle cose belle.
Cose belle dei reportage di Brera. La storia di un emigrato siciliano nel Maryland, Frank Andolino, che all’improvviso incontra la sua fortuna sotto forma di un brocco che invece si rivela un purosangue. Le sue riflessioni extrasportive sulla boxe: «La boxe è una efficacissima scuola di ardimento e serve per la vita non meno delle declinazioni latine e della sezione aurea del segmento». La cronaca della 500 Miglia di Indianapolis, la gara automobilistica disputata sulla più grande e celebre pista del mondo: «Due lunghi rettilinei, vaste curve radiali, immense tribune permanenti: due miglia e mezzo il giro completo. E nell’interno, ciuffi di sicomori, strade di disimpegno, verdi spianate per il golf». Commento: «Dio sa se i rischi non siano mortali anche in Europa, ma qui il dio dollaro sta all’entrata di ogni curva come un demonio pronto a lusingare e a perdere» (e infatti al 57° giro, mentre è in testa, il leggendario pilota Bill Vukovich rimane coinvolto in un incidente a catena, morendo carbonizzato, mentre tra il pubblico, commenta Brera, «qualcuno rimane un istante con il boccone a mezz’aria, poi senza parlare riprende a lavorare di mascelle»). E il paragone tra il calcio europeo e il football americano: «Troppo bello il football perché il calcio possa attecchire qui. Ed è più spiccio e più semplice, di presa immediata... Le partite, il meno che offrano, sono ruzzoloni gagliardi, placcaggi spietati, mucchi di uomini avvinghiati come in lotta, e poi guizzi imperiosi, distese falcate in allungo, fulminee schivate in corsa, piroette, passaggi acrobatici, zompi spettacolari». Insomma, un circo.
E per il resto, rimane solo una cosa. Spiegare perché Brera, dopo quel viaggio, nonostante decine di occasioni (disse no persino a Eugenio Scalfari, quando a Repubblica gli chiese di seguire le Olimpiadi di Los Angeles nel 1984), si sia sempre rifiutato di tornare negli States. Nessuno lo sa con precisione. Ma si sussurra che Brera avesse fatto troppo il galante con la donna di un ex pugile italoamericano, in odor di mafia, Saverio Turiello, detto la «Pantera nera di Vimercate», il quale gli giurò di fargli la pelle se solo si fosse fatto rivedere da quelle parti...
E si dice che per anni Brera foraggiò con laute mance il portiere del palazzo per fare sparire qualsiasi lettera, indirizzata a lui e la moglie Rina, arrivasse con posta aerea dagli Stati Uniti... Ma qui non sappiamo se sia pettegolezzo, cronaca o letteratura.