il Giornale, 15 aprile 2026
Vaticano, timori per le donazioni dagli Usa
Niente scuse al Papa, nessuna marcia indietro e nessun contatto istituzionale per riparare alle offese, quale potrà essere la prossima mossa del tycoon? È la domanda che serpeggia tra gli uomini più vicini al Pontefice, in queste ore impegnati in Africa insieme a Leone XIV per il suo terzo viaggio internazionale. Conoscendo il modo di agire di Donald Trump, il timore nei sacri palazzi, adesso, è che lo scontro si possa spostare su un piano più “terreno”, quello delle donazioni alla Santa Sede, in particolare sull’influenza che il presidente Usa può avere su filantropi e fondazioni che in questi anni hanno sostenuto, a suon di milioni di dollari, le attività del Vaticano soprattutto a favore dei più deboli.
Se chiudessero i rubinetti, alle casse vaticane verrebbero a mancare ingenti aiuti: nel 2024, ad esempio, gli Stati Uniti sono stati il Paese più generoso per le donazioni all’Obolo di San Pietro, con 13,7 milioni di euro, il 25,2% del totale degli introiti. A questi si aggiungono donazioni di enti come la Hilton Foundation, che, oltre ai progetti in corso con alcuni dicasteri vaticani, nel 2025 ha annunciato, ad esempio, il sostegno, con 15 milioni di dollari, alle suore anziane che vivono soprattutto in comunità svantaggiate. Oppure le donazioni dei potenti Cavalieri di Colombo, la più grande organizzazione cattolica di servizio fraterno al mondo, legata a doppio filo al cattolicesimo conservatore che ha trovato nel tycoon un alleato di ferro su temi come tutela della vita e libertà religiosa.
Dopo la sfuriata di Trump, oltre all’Obolo, rischia di subire una contrazione nelle entrate anche la Papal Foundation, sempre americana, che sostiene le iniziative del pontefice nei Paesi in via di sviluppo: nel 2025 ha stanziato, ad esempio, 14 milioni di dollari per 116 progetti umanitari in diverse nazioni. Il presidente della fondazione è l’arcivescovo emerito di New York, il cardinale Timothy Dolan, amico di vecchia data di Trump, e tra i membri del Cda figurano personaggi di spicco dell’episcopato statunitense, come i cardinali Tobin, Cupich, Gregory e McElroy. I sostenitori della fondazione papale sono perlopiù filantropi, imprenditori e facoltosi businessmen americani: molti di questi, vicini al mondo Maga, in occasione dello scorso conclave avevano fatto intendere di esser pronti ad aprire il portafogli, con donazioni record, se fosse stato eletto “il papa giusto”. Anche The Donald, lo scorso anno, secondo indiscrezioni di stampa, giunto in Vaticano per il funerale di Papa Francesco, avrebbe staccato un assegno di 14 milioni di dollari, per sostenere la Santa Sede in vista del conclave. Ufficialmente lo avrebbe fatto per aiutare la Chiesa a sostenere tutte le spese in arrivo, i più maligni invece commentarono che fu un tentativo di pilotare l’elezione del nuovo papa. Evidentemente il tycoon sognava di vedere Dolan vestito di bianco, ma alla fine si è ritrovato l’agostiniano Prevost, descritto, dagli ultracattolici americani, come un anti-Trump.
"Non penso che il presidente Usapossa farci un danno sul piano economico – commenta a Il Giornale un cardinale che si occupa di questioni finanziarie -, penso che le casse vaticane possano reggere benissimo il colpo in caso di eventuali ripicche, anzi, da alcuni piccoli segnali che abbiamo ricevuto, son convinto che le donazioni dei cattolici americani aumenteranno: molti che sostenevano Trump gli stanno voltando le spalle e adesso cercano di far sentire il loro affetto al Santo Padre con grande generosità”.