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 2026  aprile 15 Mercoledì calendario

Mondiali, scoppia il caso Ice: minacce di sciopero e paura

Le crepe si sono aperte lontano dai palazzi del potere, tra i corridoi operativi del SoFi Stadium. Qui, dove tra pochi mesi si accenderanno i riflettori sulla partita inaugurale della Nazionale statunitense ai Mondiali di calcio 2026, migliaia di lavoratori hanno alzato la voce. Minacce di sciopero, lettere ufficiali, rivendicazioni. Al centro di tutto, una richiesta politicamente esplosiva: tenere lontana l’Immigration and Customs Enforcement (ICE). È da questa pressione dal basso che si è innescata una reazione ai vertici della FIFA. Il presidente Gianni Infantino si trova ora davanti a una scelta delicata: sfruttare il suo rapporto diretto con Donald Trump per chiedere una moratoria totale sulle retate dell’ICE durante i 39 giorni dei Mondiali.
Il sindacato Unite Here, attraverso il suo rappresentante Kurt Petersen, è stato chiaro: non si tratta solo di contratti o salari, ma di sicurezza e dignità. In una città simbolo come Los Angeles, scrive Petersen in una lettera indirizzata a Infantino e Stan Kroenke (il magnate dello sport che ha costruito lo stadio), il mondo vedrà “una comunità accogliente e vibrante”. Ma dietro quella vetrina globale, i lavoratori chiedono garanzie concrete: niente raid e niente paura nei luoghi di lavoro.
La protesta si inserisce in un contesto nazionale già incandescente. Dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha rilanciato con forza la sua politica di deportazioni di massa. Le operazioni dell’ICE si sono intensificate, con incursioni mirate in diverse città americane. Secondo dati citati dal Washington Post, nelle settimane successive alla morte di Alex Pretti – ucciso durante un raid in Minnesota – le autorità hanno arrestato circa 1.000 persone al giorno e il 42% di queste non aveva precedenti penali. Un clima che preoccupa non solo i lavoratori, ma anche le istituzioni sportive.
Già da settimane, all’interno della FIFA si discute del ruolo dell’ICE durante il torneo. Il direttore ad interim dell’agenzia, Todd Lyons, aveva parlato durante un’audizione alla Commissione per la Sicurezza Interna della Camera dei Rappresentanti degli Usa di un “ruolo chiave” nella sicurezza, specificando che l’attività si concentrerà sulle indagini del Dipartimento per la Sicurezza Interna. Ma le rassicurazioni non bastano. Sindacati, membri del Congresso e organizzazioni per i diritti umani temono che la presenza dell’ICE possa tradursi in controlli e retate proprio nei pressi degli stadi.
Anche l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch è intervenuta, chiedendo alla FIFA di ottenere “una garanzia pubblica” affinché le leggi sull’immigrazione non vengano applicate durante le partite. Il problema, per la FIFA, è anche reputazionale. I Mondiali del 2026 per Infantino dovevano essere “i più inclusivi di sempre”. Ma tra restrizioni sui visti, depositi cauzionali onerosi per alcuni tifosi e timori legati all’ICE, il rischio è che l’evento venga percepito come chiuso e ostile. Alcune federazioni europee hanno già trasmesso privatamente le preoccupazioni dei loro tifosi. E i precedenti non aiutano: durante il Mondiale per club della scorsa estate, sono state segnalate presenze di agenti federali negli stadi, sebbene The Athletic riferisca come il Dipartimento per la Sicurezza Interna abbia respinto le accuse definendole “l’ennesimo caso di allarmismo”.
È in questo scenario che prende forma l’idea di una richiesta diretta di Infantino a Trump. Non solo per tenere l’ICE lontana dagli stadi, ma per fermarne temporaneamente le operazioni in tutto il Paese durante il torneo. Una moratoria totale, che alcuni dirigenti FIFA sperano possa tradursi con un annuncio congiunto, presentato sotto lo slogan caro a Infantino: “La FIFA unisce il mondo”. Il dirigente svizzero, del resto, gode di un accesso privilegiato alla Casa Bianca. Ha partecipato a eventi ufficiali, aperto un ufficio nella Trump Tower e coltivato un rapporto personale con il presidente americano. Un capitale politico che ora potrebbe usufruire di una leva diplomatica. L’incognita principale, però, resta: Trump sarà disposto a fare marcia indietro su una delle sue politiche simbolo?