La Stampa, 15 aprile 2026
Intervista a Patrizio Roversi
«E pensare che da bambino volevo fare il casaro…». L’ex turista e velista per caso Patrizio Roversi proprio non ci pensava, da ragazzino, che sarebbe diventato l’alfiere di un umorismo alla bolognese parente stretto del genere demenziale inventato da un suo amico, Roberto Antoni in arte “Freak” (il fondatore degli Skiantos). Originario di Mantova a dispetto dell’accento emiliano pesantissimo, Roversi a 18 anni si è iscritto al Dams perché non sapeva cosa fare nella vita, ma sotto le Due Torri ha trovato il teatro e l’amore grazie all’incontro con Syusy Blady, storica compagna d’avventura sul palco e in tv. Scoperto da Gianni Minoli sul versante Rai e da Antonio Ricci su quello Fininvest, ha veleggiato sul piccolo schermo malgrado non piacesse a Berlusconi, fino a incrociare Fellini che lo prese per un ruolo volante ne La voce della luna. Di recente ha realizzato il documentario La vaca ad fer (la vacca di ferro, ndr), su un trattore costruito dagli operai delle Officine reggiane durante un drammatico sciopero nel 1950.
Davvero voleva fare il casaro?
«Da piccolo sì, perché i miei nonni stavano in campagna vicino a un casaro che andavo a trovare. È stato mio padre a sconsigliarmi di seguire quella strada, diceva che era troppo complicato».
Viveva a Mantova, prima di scappare a Bologna.
«Frequentavo il liceo classico e pur di andarmene prima ho fatto due anni in uno, sostenendo l’esame di Stato da privatista. La città era bellissima, ma mi pesava che tutti avessero una sorta di destino già segnato. Dopo la maturità ho pensato: oddio oddio cosa posso fare… Architettura a Bologna non c’era, Lingue orientali neppure, così mi sono iscritto al Dams».
E ha scoperto il teatro.
«Era il ’73, frequentavo il corso di regia con Squarzina, alla fine del primo anno ho cominciato a lavorare con il Teatro Evento. Mi sono laureato al ventiquattresimo anno fuori corso, l’Università alla fine mi ha ringraziato per i ventotto anni di tasse… Nel frattempo ho fatto due anni l’obiettore di coscienza nell’ex manicomio di Mantova insieme al mio fratellino Davide Parenti, il creatore delle Iene: sotto la guida degli psichiatri organizzavamo attività per i pazienti, per stimolarne la presa di coscienza».
Come ha conquistato Syusy Blady?
«Eravamo animatori teatrali per bambini a Igea Marina, nel ’73: lei doveva portarsi dietro un videoregistratore da 15 chili e io me lo sono caricato: ha capito che poteva contare su di me. Insieme abbiamo avuto una bambina, Zoe, poi ci siamo separati nei primi anni Duemila, ma abbiamo fatto e disfatto un sacco di cose. Abbiamo divorziato un anno fa e mi sono risposato».
Insieme avete fondato il Gran Pavese Varietà.
«Nell’80 io e la Syusy ci siamo presentati in questo circolo Arci storico di via del Pratello a Bologna, il “Pavese”, chiedendo di fare uno spettacolo di varietà: presentatore, valletta, gruppo musicale e numeri da cinque minuti l’uno dal circo al teatro. Da due serate alla settimana siamo passati a quattro, per farci posto hanno rinunciato al liscio, che era la loro vita. C’erano Vito, i Gemelli Ruggeri, Bergonzoni, Eva Robin’s, che con Syusy faceva i corsi di spogliarello, fra lo scandalo dei benpensanti di sinistra».
In che modo iniziò la collaborazione con la Rai?
«Gianni Minoli venne a vederci in incognito a Bologna, poi quando è tornato ci ha proposto di fare piccole cose dentro Mixer e in seguito Gran Pavese su Rai Due e la serie Turisti per caso. Un mentore e un amico».
Piacevate anche ai concorrenti della Fininvest, anche se non al gran capo.
«Antonio Ricci vide il nostro spettacolo e nell’87 ci ha coinvolti nel programma Lupo solitario, dove c’erano tutti i disgraziati del Gran Pavese Varietà, Vito, i Gemelli Ruggeri e molti altri. Registrammo diverse puntate, poi Berlusconi ne vide una e disse “non li voglio, sono brutti, sporchi e cattivi”. Ma abbiamo già registrato, gli risposero, e lui: allora mandali in onda, ma tardi, su Italia 1».
Avete avuto altre noie?
«Lo sponsor, una marca di biscotti per bambini, si lamentava moltissimo. Poi Berlusconi ha detto basta».
Fra le sue imprese dell’epoca, lei ha battuto un record.
«A una Festa nazionale dell’Unità sono rimasto cento ore di seguito in diretta tv su Rete 7, la tv delle coop, record nazionale: andavo anche al cesso davanti alle telecamere... Nella stessa occasione gli Skiantos batterono il record della canzone d’amore più lunga, ripetendo “ti amo” per tutta la notte».
Da giovane era un rivoluzionario?
«No, sono sempre stato un fiancheggiatore del Pci, un socialdemocratrico di merda... Nel ’77 ero assolutamente contrario agli autonomi e una volta a Bologna ci litigai perché avevano fatto un esproprio proletario, prendendosi una forma di Parmigiano Reggiano in un ristorante di lusso: gli ho detto io il Grana me lo compro».
Nella sua carriera c’è anche un film con Fellini.
«Quando venne a un nostro spettacolo e ci chiese di partecipare a La voce della luna non ci credevo. A lui sono piaciuti Syusy e Vito, io ho fatto una parte di 22 secondi, ma sono rimasto sul set una settimana perché Fellini non rispettava mai i tempi di lavoro: lo sbirciavo mentre litigava con Tonino Delli Colli per le luci. Mi ha fatto ripetere più volte e alla fine mi ha doppiato, cambiando tutta la battuta». —