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 2026  aprile 15 Mercoledì calendario

In Sudan comincia il quarto anno di guerra

Nessun bonus per nuovi nati in Sudan. Anzi: 5,6 milioni di bambini, dal 15 aprile 2023 a oggi, anziché i mille euro previsti in Italia sono venuti al mondo ricevendo in dote una guerra.  La guerra che oggi compie 3 anni, ed è probabilmente l’unica minorenne nel Paese a godere di ottima salute.  
Il tasso di mortalità materna già alto nel Paese, ci ricorda Save the Children, con la guerra è aumentato dell’11%: quasi 300 su 100 mila muoiono alla nascita. E la mortalità infantile nel 2024 era stimata al 42,9%.  Almeno 4.300 bambini, denuncia l’Unicef, sono stati uccisi o mutilati.
Nessuna culla, nessun lettino in ospedale: il 70-80% delle strutture sanitarie per 50 milioni di abitanti è andata distrutta. E quelle che sono ancora in piedi sono bersagli molto amati dai droni di entrambe le fazioni in lotta: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha verificato oltre 200 attacchi agli ospedali, lo ricordava questa mattina alla radio Vittorio Oppizzi di Medici Senza Frontiere, con almeno duemila morti e centinaia di feriti.
La peggiore crisi umanitaria del mondo: in questo momento, su tre carestie registrate dall’Onu sul pianeta, due sono là, nelle aree più colpite dove corre la principale linea del fronte, tra il Darfur e il Kordofan. Samy Guessabi, direttore di Azione contro la fame in Sudan, dà voce a due donne. Ikhlaa: «Non chiediamo più cosa mangeremo, chiediamo chi mangerà».  Eisa: «Abbiamo sofferto perché non avevamo nulla per nutrire i nostri cari». Guessabi ci ricorda l’abc che spesso scordiamo: «La fame è conseguenza diretta della guerra». 
Già, la guerra: compie tre anni,  è ben pasciuta e non smette di crescere. In questi frangenti si sarebbe tentati di parlare solo delle vittime, ma una delle tre parole chiave di questa storia secondo Msf è «impunità». E il senso di impunità non riguarda solo i massacratori e i violentatori che per esempio hanno fatto strage a El Fasher lo scorso ottobre o i governativi che bombardano i mercati nei villaggi, ogni giorno, ma anche chi li spalleggia, chi li foraggia, chi li utilizza. 
A ogni compleanno, il Sudan vive i suoi 15 minuti di celebrità che non si nega a nessun conflitto, neanche al più dimenticato. Ma per ironia della sorte questa guerra non si combatte dall’altro capo del mondo: è vicina, e in qualche modo intrecciata, a quella che in queste settimane ha tutte le attenzioni della comunità internazionale. 
Padre Diego Dalle Carbonare, missionario comboniano che lavora in Sudan dal 2015, ricorda al Corriere della Sera che questo conflitto ha riflessi e radici nel Golfo Persico: non è un mistero, l’ha fatto capire anche il segretario di Stato Usa Marco Rubio, che «gli Emirati Arabi sostengono in modo molto pesante le Forze di Supporto Rapido» che sono il gruppo paramilitare in lotta con l’esercito governativo. «Al punto che si potrebbe quasi dire che le Rsf stanno combattendo per conto degli emiratini, anche se gli emiri negano ogni coinvolgimento. Sono loro i principali finanziatori di una guerra che causa la più grande crisi umanitaria in corso, con milioni di sfollati e rifugiati, milioni di bambini che non vanno a scuola e con certe violenze sui civili che sono da far accapponare la pelle». 
Perché lo fanno? Ragioni di geopolitica, influenze, mire territoriali, rivalità regionali. E tanto, tanto oro: «Gli Emirati hanno fatturato in un anno 13 miliardi di dollari con l’oro estratto in gran parte dalle miniere del Darfur controllate da Rsf», dice padre Diego. Oro che arriva dal cielo, infischiandosene dei blocchi navali nello Stretto di Hormuz, «a volte passando dentro valigie caricate sui voli commerciali, come nei film».   
Mentre gli europei vanno negli Emirati a portare la loro solidarietà per l’aggressione iraniana e a chiedere un occhio di riguardo per le forniture di energia (oggi è il turno di António Costa, presidente del Consiglio Europeo), forse bisognerebbe ricordare agli emiri che la guerra in Sudan è una vergogna che non si può vedere e non si può finanziare. «I droni che costano milioni e colpiscono persino i mercati e gli ospedali – dice ancora padre Diego – sono comprati con l’oro insanguinato del Sudan. E alcuni componenti arriverebbero anche dall’industria delle armi di Paesi che una volta all’anno denunciano gli orrori di un conflitto che non si cura dei civili, anzi ne fa bersaglio di elezione».
Anche i governativi si giocano la carta dell’oro con i loro sponsor e sostenitori (Egitto, Turchia, Iran), mentre ci sono Paesi come la Russia di Putin che fanno affari con entrambi i contendenti. Ma l’entità del commercio dell’oro e dei droni che fa capo agli Emirati non ha eguali.    
Una voce al telefono da Khartoum, capitale liberata ma non libera del Sudan, città di macerie, tombe e sopravvissuti che i governativi hanno strappato alle milizie Rsf un anno fa: è la voce di Marie-Helene Verney, rappresentante dell’agenzia delle Nazioni Unite per i  Rifugiati (Unhcr). In Sudan di gente che ha lasciato casa ce n’è una moltitudine, record mondiale di 9 milioni di sfollati interni e 4 milioni riparati all’estero, spesso ammassati in campi disumani oltre il confine con il Ciad e il Sud Sudan. A lei chiediamo se è cambiato qualcosa dal secondo compleanno della guerra, 15 aprile 2025. «Il quadro è molto variegato: certamente in ampie zone del Paese, come Darfur, Kordofan, Blue Nile, la situazione non è migliorata. I combattimenti sono in corso, la gente ha fame, se può fugge, i mercati sono colpiti, le donne violentate», racconta Verney. «Purtroppo gli attacchi compiscono anche le infrastrutture civili rimaste in piedi». E a Khartoum? «La gente sta tornando, ma niente è come prima della guerra. Ospedali danneggiati, scuole chiuse, l’economia distrutta». Quando ci è tornata? «A novembre: era una città fantasma, vuota, palazzi in macerie, auto bruciate». E ora? «Qualcosa sta riaprendo, molto lentamente. Per esempio gli ospedali. Alcuni medici sono tornati, ma manca l’elettricità. E senza corrente non si può gestire un pronto soccorso, la sala operatoria. Così in questo momento noi di Unhcr stiamo cercando di piazzare pannelli solari sui tetti degli ospedali».       
Ci sentiamo per il quarto compleanno di guerra? Quanto durerà? Poco si muove sul fronte dei negoziati, paramilitari e governativi vogliono vincere sul campo. Padre Diego sospira dicendo «Non dimenticatevi del Sudan», e intanto ricorda che di solito le guerre da quelle parti durano molto a lungo (ma anche quella in Ucraina non scherza). Marie-Helene Verney accenna ai contatti in corso tra le parti, ma anche lei non si sente di fare previsioni. Il presente conta più del futuro: l’Unhcr ricorda che le agenzie umanitarie hanno ricevuto finora soltanto il 16% dei 2,8 miliardi di dollari necessari per fornire un minimo di assistenza ai milioni di sudanesi che soffrono.  Le organizzazioni non governative sono nella stessa situazione. 
«Non dimentichiamoci del Sudan». Viene in mente una mamma, Touma, 25 anni, che lo scorso ottobre ha raccontato alla Bbc la storia delle sue gemelline di tre anni, Masajed e Manahil. Sfinite, cronicamente denutrite, Touma le ha trascinate all’ospedale Bashaer della capitale «liberata» Khartoum. Ma lì si è trovata di fronte a qualcosa di ancora più terribile della fame. La famiglia non aveva abbastanza soldi per comprare gli antibiotici necessari a salvare tutte e due le bambine. La mamma ha dovuto scegliere. «Avrei voluto che entrambe crescessero, avrei voluto vederle giocare insieme come facevano prima della guerra», ha detto Touma a Nawal al-Maghafi e Scarlett Barter della Bbc, mentre con dolcezza cullava tra le sue braccia la figlia morente. Masajed aveva tre anni, l’età della guerra.