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 2026  aprile 15 Mercoledì calendario

Caro-bollette: che fine hanno fatto i 18 miliardi per ridurre la dipendenza dal gas?

Le bollette elettriche italiane sono da anni tra le più care d’Europa: mediamente il 30% in più della media Ue per le aziende e circa il 15% per le famiglie. La guerra in Iran le ha ulteriormente alzate e per contenerle il governo propone di bloccare il sistema Ets, cioè il meccanismo europeo che penalizza i grandi inquinatori e incentiva la produzione di rinnovabili, introdotto nel 2005, nell’ambito degli impegni assunti con il Protocollo di Kyoto, al fine di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. È applicato non solo nella Ue, ma anche in Norvegia, Islanda e Liechtenstein, e coinvolge circa 11.000 impianti dei settori più energivori: centrali elettriche, industria pesante, trasporto aereo e marittimo. L’Ets si basa sul principio «chi inquina paga» e mira a spingere le imprese a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili investendo in tecnologie più pulite e migliorando l’efficienza energetica. A partire dal 2028 il sistema sarà esteso anche all’edilizia e al trasporto su strada.
Come funziona l’Ets?
La Ue stabilisce un tetto massimo di emissioni consentite per ogni settore, che si abbassa progressivamente ogni anno. Le imprese devono comprare certificati Ets (quote) per ogni tonnellata di CO2 emessa: possono acquistarli sul mercato da aziende meno inquinanti e che quindi dispongono di quote in eccesso, oppure tramite aste pubbliche organizzate dai singoli Paesi su una piattaforma europea comune. La maggior parte delle quote viene proprio distribuita attraverso il canale delle aste e sono previste anche quote gratuite, principalmente per le industrie energivore esposte alla concorrenza internazionale per evitare che i costi dell’Ets le spingano a delocalizzare. Ad esempio, un’acciaieria che emette ogni anno 10 milioni di tonnellate di CO2 potrebbe dover acquistare sul mercato quote Ets solo per 5 milioni di ton. Man mano che il tetto delle emissioni viene ridotto, anche le quote all’asta diminuiscono e di conseguenza aumenta il prezzo: nel 2017 una tonnellata di CO2 costava 6 euro, mentre negli ultimi mesi si è stabilizzata intorno ai 70 euro. Per evitare eccessive oscillazioni la Ue ha introdotto la «Riserva stabilizzatrice del mercato»: è un meccanismo automatico che ritira quote se sono troppe o ne aggiunge di nuove se scarseggiano.
Dove vanno a finire i soldi incassati dalle aste
Secondo lo studio del think tank indipendente «Ecco» dal 2012 al 2024 i Paesi europei hanno incassato complessivamente oltre 171 miliardi. Nelle casse dello Stato italiano sono arrivati 18,2 miliardi, di cui la metà fra il 2022-24. E come sono stati spesi? La direttiva Ets fino al 2023 imponeva di investire almeno il 50% dei soldi in progetti di contrasto al cambiamento climatico, e consentiva di utilizzare fino al 25% nel sostegno alle aziende energivore dalla concorrenza extraeuropea. Se però si va a vedere si scopre che nel corso degli anni l’Italia ha destinato 9,1 miliardi alla riduzione del debito pubblico (Fondo ammortamento titoli di Stato), 3,6 miliardi sono stati utilizzati negli anni 2021-2022 per contenere i costi delle bollette, e appena 1,6 miliardi di euro (il 9% del totale) per finalità climatiche, di cui 557 milioni nello sviluppo di energie rinnovabili. Dal 2023 la Ue ha imposto criteri più stringenti: il 100% dei proventi Ets devono essere usati per la transizione energetica. Il Parlamento italiano, che ha recepito la direttiva nel 2024, non ha modificato nulla (art. 5 comma 5). Infatti dei 2,6 miliardi incassati nel 2025, la metà continuerà a coprire il debito, 600 milioni andranno alle imprese energivore esposte alla concorrenza internazionale, e la quota utilizzata per la transizione energetica resta «sostanzialmente invariata».
Quanto incidono Ets e gas sulle bollette
L’Ets pesa sui produttori di energia che emettono CO2, ma il suo impatto è in parte trasferito sulle bollette delle famiglie. Secondo le stime della Bce, nel 2024 ha inciso sul prezzo dell’elettricità per le imprese italiane per circa il 6,8% del totale, un livello simile a quello delle imprese spagnole (6,5%) e inferiore a quello delle aziende tedesche (9,5%) e olandesi (8,5%). Sulle bollette delle famiglie italiane, invece, l’impatto è più contenuto, circa il 3%. Ma l’ammontare della bolletta dipende soprattutto dal costo all’ingrosso dell’elettricità, che cambia in base alla fonte energetica più costosa necessaria a soddisfare la domanda: in Italia, per la maggior parte delle ore, questa fonte è il gas. Lo conferma un recente studio di Confindustria: in Italia, tra gennaio e ottobre 2025, il prezzo dell’elettricità è stato determinato per il 70% delle ore dalle centrali termoelettriche alimentate a gas naturale. Al contrario, in Paesi come Francia e Spagna, dove il mix energetico include una quota significativa di energia nucleare e fonti rinnovabili, sono proprio queste fonti, a basse o nulle emissioni di CO2, a determinare il prezzo dell’energia. A causa di questa nostra eccessiva dipendenza dal gas, nel 2025 abbiamo pagato l’elettricità 116 €/MWh, contro gli 87 della Germania, i 65 della Spagna e i 61 della Francia. La situazione è ulteriormente peggiorata quest’anno perché il gas ha fissato il prezzo per l’89% delle ore contro il 15% delle ore in Spagna, il 40% in Germania e il 42% nei Paesi Bassi.
Perché l’Ets conviene
L’unico modo per ridurre i costi dell’elettricità è dunque quello di diminuire la dipendenza dal gas. Sospendere l’Ets impatta in misura limitata sulle bollette, favorisce i produttori di energia elettrica da fonti fossili e indebolisce una delle risorse più concrete per raggiungere l’indipendenza energetica. Eppure nel «Decreto bollette» appena approvato definitivamente dal Parlamento, il governo prevede il rimborso dei costi Ets per le centrali a gas (art.6). Ma siccome ci vuole il via libera della Commissione Ue, Giorgia Meloni, sostenuta dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini, ha portato la battaglia a Bruxelles: «Continueremo a chiedere in Europa di sospendere temporaneamente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche». La Commissione prevede entro luglio un riesame complessivo del sistema, ma resta improbabile la sua sospensione perché  come ha sottolineato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen l’ETS è «uno strumento collaudato per guidare la trasformazione industriale»: in 20 anni ha contribuito a dimezzare le emissioni dei settori coperti. In più ha permesso di ridurre il consumo di gas di circa 100 miliardi di metri cubi, stimolando molte aziende, soprattutto in Nord Europa e in Spagna, a investire in innovazione e tecnologie pulite. Grazie anche a questi sforzi, nel 2025 le rinnovabili hanno fornito quasi il 48% dell’energia elettrica nella Ue. Invece in Italia dal 2021 la domanda di gas è calata solo del 16% (4,3 miliardi di euro di risparmi), anche perché lo sviluppo delle rinnovabili è frenato da eccesso burocratico e continue modifiche di regole e incentivi.
Farsi male da soli
Che la transizione energetica non sia tra le priorità del governo Meloni è un dato di fatto: 1) solo una minima parte dei proventi dell’Ets vengono destinati ad investimenti sostenibili; 
2) la costante compagna contro il Green Deal europeo rallenta lo sviluppo di energie alternative;
3) nel 2025 sono stati installati solo 7,2 GW di nuovi impianti di fonti rinnovabili, ben al di sotto di quanto previsto dal Piano nazionale Energia e Clima;
4) provvedimenti come il decreto Agricoltura frenano lo sviluppo di impianti fotovoltaici su terreni agricoli.
Contemporaneamente lievitano i sussidi per trivellazioni e attività inquinanti (+ 3 miliardi rispetto al 2024) mentre restano bloccati nei ministeri competenti più di 1.200 progetti sulle fonti rinnovabili. Una strategia miope sia per il clima sia per la sicurezza energetica del Paese.