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 2026  aprile 15 Mercoledì calendario

Sofia Goggia parla della sua laurea

Alla festa di fine stagione della Federazione Sport Invernali c’è stato l’annuncio della prosecuzione fino al 2030 della partnership con il Gruppo Armani, sono stati salutati Federico Pellegrino e Dorothea Wierer, campioni al passo d’addio, e si è consacrata la grandezza di Federica Brignone, eletta per acclamazione atleta dell’anno. Prima aveva confessato che le difficoltà, al netto della gioia per i due ori olimpici, non sono terminate: «Mi ritrovo nella stessa situazione di un anno fa, con la differenza che ora non giro con le stampelle. Ma se prima la mia reazione è stata soprattutto di testa, adesso in gioco ci sono il corpo e la gamba sinistra danneggiata: la situazione non è ancora quella che vorrei». Nel gruppo dei premiati non mancava pure lei, la «laureata». Ovvero, Sofia Goggia, in bilico tra i ricordi di un’annata il cui valore rivendica e la soddisfazione del traguardo appena raggiunto alla Luiss, in attesa di conoscere il voto per la tesi e di cingere la testa con la corona d’alloro.
Sofia, partiamo dallo sci.
«È stata un’annata un po’ al di sotto delle aspettative, dato l’alto livello che esprimevo negli allenamenti. Ma un bilancio con un bronzo olimpico e la Coppa del Mondo di superG non può essere deludente. Sono contenta di quanto ho ottenuto nonostante tante difficoltà e situazioni complicate a livello mentale».
Ha sofferto in particolare in discesa.
«Ed è stato strano, visti i miei trascorsi e nonostante sentissi di sciare forte, chiudere senza nemmeno una vittoria: non ho avuto il consueto feeling. I momenti più duri? Assieme alla delusione del superG olimpico la situazione che si era creata alla partenza della libera dopo l’incidente di Lindsey Vonn».
Goggia laureata. Ha ripensato al percorso che ha fatto per conciliare studio e sci?
«Sì, partendo proprio dall’inizio. Mi ricordo l’impellente necessità che mi ha spinto a iscrivermi. L’avevo già provata anni prima, ma era rimasta latente. Invece quel giorno del novembre 2020, dopo il Covid, ho avvertito qualcosa di veemente mentre ero sulla seggiovia Bontadini di Cervinia».
Una volta a terra, quindi…
«Ho scritto a Giorgio Avola, fiorettista olimpionico a squadre a Londra. Mi aveva parlato spesso della Luiss, quindi gli ho chiesto di mettermi in contatto con chi potesse farmi avere una borsa di studio: nel settembre del 2021 mi sono “arruolata”».
Pane, sci e libri.
«È stato un “viaggio” non semplice. In alcune materie ti danno un tutor e fai lezioni online; in altre, invece, ti dicono “questo è il libro, ci vediamo all’esame”. Tutti i 26 li ho dovuti sostenere in presenza: li ho dati quasi sempre in giugno, nella sessione estiva».
Come ha gestito le giornate tra studio, allenamenti e gare?
«Nel clou della stagione agonistica non riuscivo a fare nulla. Però se sapevo che avrei avuto uno spiraglio per partecipare alla sessione invernale studiavo anche a ottobre, a novembre e perfino a dicembre. Dopo le gare scendevo a Roma».
È vero che l’ha fatto pure dopo l’incidente alla mano sinistra nel 2022 a St. Moritz?
«È così. Il 16 dicembre mi fratturo il metacarpo nella discesa in cui sono seconda dietro a Elena Curtoni. Al pomeriggio mi operano a Milano, alla sera sono di nuovo a St. Moritz, il giorno dopo corro e vinco la seconda libera. Il 20 avevo un esame, quindi ho preso un aereo e sono tornata a casa subito dopo. Toccata e fuga».
Ha mai pensato di non farcela, di mollare tutto?
«No. Ma all’inizio, dato che non studiavo da anni, ho dovuto ricreare un metodo. Un tutor mi ha aiutato in una strategia di programmazione degli esami. Paradossalmente ho avuto la “fortuna”, sì tra virgolette, del grave infortunio a un piede: è stata una full immersion da otto esami in otto mesi».
Quel metodo l’ha aiutata pure nello sport?
«Sì, saper ottimizzare il tempo è imprescindibile: basta studiare mezz’ora al giorno. Registravo poi le lezioni online e prendevo appunti. Per alcune materie mi era sufficiente rileggerli, riascoltare le lezioni e approfondire due o tre cose sul libro».
Perché Scienze Politiche?
«Amo le materie umanistiche. Dopo il liceo mi ero iscritta a Filosofia, a Bergamo: ma lì non c’era modo di conciliare studio e sport. Questa facoltà mi ha fatto esplorare vari aspetti: economici, giuridici, storici, politici, finanziari, di comunicazione».
Orienterà il suo lavoro?
«Non lo so, vedremo: per la carriera che ho avuto mi si apriranno varie sliding doors. Parcheggio la laurea, per ora non aggiungo la specializzazione ma potrei fare dei master: però è obbligatoria la presenza. Ci sono tante materie che mi intrigano: storia dei partiti politici, diritto europeo, diritto internazionale. Comunque ora il sogno è di diventare la porta-valigie di Fiorello…».
Fa impressione sentirsi dottoressa?

«Alla fine non cambia nulla: è solo un titolo in più. Papà è ingegnere come mio fratello, mamma è laureata in lettere e filosofia, io ero l’unica senza laurea».

Che cosa le hanno detto i genitori?
«Mamma era felice, papà si è congratulato con la frase “vedi che quando ci metti la testa…”. Rischiavo di essere la pecora nera della famiglia, anche se nello sport ho ottenuto una laurea che loro non possono avere».