Corriere della Sera, 15 aprile 2026
Madame parla del suo nuovo album
Ventiquattro anni: non è presto per essere disincantata?
«Il disincanto non ha un’età giusta in cui arrivare. È una costante della vita, dall’età infantile (il bambino quando scopre che non esiste Babbo Natale) alla vecchiaia. È stato il fil rouge anche di alcuni periodi della mia vita e all’interno di vicende in cui vige l’incanto – l’industria musicale, la famiglia, l’amicizia – ho cercato di instillare dei dubbi».
Madame pubblica il suo terzo album. Il «Disincanto» è già sulla copertina: tutta bianca con l’etichetta del prezzo sopra al titolo. «Come il formaggio al supermercato», ride lei. E nella campagna che lo accompagna si chiede qual è il prezzo di stare bene, di cambiare, di mostrarsi. È un album che racconta di quei momenti in cui la nostra vita immaginata finisce per andare in frizione con la realtà, un’autoanalisi spesso molto cruda (anche nel linguaggio) che conferma l’unicità di Madame, la profondità della scrittura e la contemporaneità del suono.
Il più grande disincanto della sua vita?
«Quello dell’amore dovuto. Nessuno è obbligato ad amarti quando sei un adulto».
Nel disco c’è anche il disincanto rispetto al mondo dorato dell’intrattenimento. In «Come stai?» e «Mai più» accusa un’industria musicale fatta di personaggi in stile il gatto e la volpe, ricatti delle radio e hit fabbricate...
«Alcune cose sono accadute a me. Non serve fare nomi (la rima diablo fa pensare a Shablo ndr), ma ho visto chi si avvicinava a me per mangiare dal mio piatto... Altre cose le ho viste accadere, anche in altri ambienti lavorativi. Sono mossa da rabbia e da un forte senso di ingiustizia: era impossibile tacere».
Il disincanto è un fattore positivo o distruttivo?
«Da alcuni punti di vista positivo: riscrivi le tue regole, vivi la vita a modo tuo e non come ti dicono gli altri. Di negativo c’è la rottura dell’incanto alla quale poi però segue un’altra cosa buona, ovvero la ricostruzione».
Sempre da «Come stai?»: «Madame ha salvato una ragazzina». È Francesca la ragazzina?
«Sì sono io. Fra una ragazzina che si sente inferiore a quello che è, e un’artista che si sente superiore a quello che è, ci può essere un clash violento. E anche perdita di identità. Col lavoro su me stessa sto cercando un punto di incontro perché dentro un ego molto gonfio c’è solo aria. E io cerco la verità, non l’aria».
Le verità su sé stessa in alcuni brani sono crude: parla di ricoveri e psicofarmaci senza giri di parole...
«Ho avuto due anni di vuoto. Scrivevo e registravo canzoni sul telefono, ma non si capiva nulla. Il disco è nato dopo ed è la visione lucida di un dolore, un modo per dargli un senso e per esorcizzarlo. È stato un percorso. Con il ricovero è ri-iniziato tutto. È quando tutto si acquieta che devi ricostruire».
Dopo il premio Tenco col primo album, «Amore» sembrava una convinta svolta cantautorale. Qui si torna verso l’urban...
«Una delle cose che mi ha aiutato a tornare a scrivere è stato partire da basi semplici: tre suoni e io che ci canto sopra. Avevo l’esigenza di riallacciarmi alle mie origini. Sapevo che non avrei fatto De André nella vita. Ce n’è già stato uno e io non servo. E avevo bisogno di divertirmi con rime e cose un po’ sconcette...»
Di «explicit lyrics» ce ne sono molte...
«Mai avuto paura di dire certe cose nelle canzoni, ma anche nella vita di tutti i giorni dico parolacce e faccio allusioni sessuali. Ho scelto un linguaggio più popolare e meno intellettuale. Una delle mia massime è che non c’è Delitto e castigo senza Temptation Island».
Si espone anche sulla sua sessualità...
«Per me è un tema potente e importante. Non parlarne sarebbe come negare una parte di me. Tutti hanno i genitali, tutti pensano al sesso, tutti hanno visto un porno».
«Grazie», dialogo con l’analista, chiude con ottimismo...
«È come se fosse l’ultima seduta in cui dico: tutto sommato mi è andata bene. Il disincanto dal dolore è la cosa più difficile. Il dolore ti porta ad autogiustificarti, a far pensare a chi ti sta intorno di non doverti caricare di responsabilità, il dolore ti vizia».