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 2026  aprile 15 Mercoledì calendario

Ritratto di Cesare Bozzetti

Una scuola è una scuola è una scuola. E un maestro è un maestro è un maestro… La scuola è quella filologica di Pavia. Il maestro si chiama Cesare Bozzetti. Non un nome noto, non Cesare Segre, che fu suo amico, non Dante Isella e neanche Maria Corti, che insieme a Bozzetti, a Franco Gavazzeni, a Luigi Poma, ad Angelo Stella, hanno rappresentato, fino alla fine del secolo scorso, la Scuola filologica dell’Università di Pavia. Cesare Bozzetti per tanti versi non era dissimile dall’altro Cesare (Segre): nell’operosità, nei silenzi e nella timidezza. A chi ha conosciuto bene Segre, non è sfuggita una sorta di identificazione quando, il giorno dopo la morte dell’amico, il 12 gennaio 1999 sul «Corriere», nel definirne lo stile «scabro anche se umanamente disponibile», chiudeva così il suo commosso ricordo: «Chi è stato, già da giovane, tanto vicino alla morte, fatica a nascondere le ferite». Alludeva ai ciechi tempi, in cui Bozzetti aveva vissuto come partigiano esperienze drammatiche, mentre il più giovane Segre aveva avuto la famiglia perseguitata per motivi razziali. Per altri aspetti furono due personalità diversissime. L’uno geniale per via di curiosità ramificata e onnivora, l’altro geniale per somma concentrazione.
Bozzetti nacque nel 1925 a Cremona, la città di Farinacci, come fa notare opportunamente il suo allievo Claudio Vela, che gli dedica un bel libro (Cesare Bozzetti 1925-2025, Ibis), dove ai suoi quattro scritti apparsi via via negli anni aggiunge testimonianze di altri autori, utili a tracciare un ritratto composito di un vero grande anomalo maestro che non si dava arie da maestro. Suo padre, Ugo Bozzetti, era un professore di matematica, il suo nome compare sul «Corriere» del 30 luglio 1926 tra i professori di liceo scientifico trasferiti da Trento a Cremona.
Ce lo ricordiamo in tanti nei corridoi dell’università, Bozzetti, figura alta e filiforme, camminata un po’ sbilenca, la testa lunga, occhiali spessi, sigaretta in bocca quando in aula non era proibito fumare, la cenere sempre penzolante, biascicava a passi lenti durante le lezioni, sempre rigorosamente serali, la voce come monologante tra sé e invece capace di raccogliere lo stupore dei futuri filologi. Bozzetti lavorava in funzione dei suoi allievi, talvolta diventati amici (lo stesso Vela con Giorgio Panizza, Massimo Danti, Simone Albonico e altri) che sapevano dove andare a stanarlo, per esempio la sera da Andrea, una trattoria popolare, dove cenava in solitudine aspettando forse che qualcuno si avvicinasse per cominciare a bofonchiare di politica o di sport (juventino e favoloso giocatore di bocce).
Ricordo un corso sul Quaresimale di fra’ Giordano da Pisa, non tanto e non solo sull’opera in sé – 92 prediche pronunciate dal frate domenicano tra il 1305 e il 1306 – ma sui criteri dell’edizione critica a cura di Carlo Delcorno uscita l’anno prima, nel 1974, per la Crusca. Detto così, roba di noia insopportabile; si trattava invece di una sorta di detective story, un acuto lavoro di smontaggio e rimontaggio tra manoscritti ritrovati ed edizioni rarissime, confronti, collegamenti di umanità, ricostruzioni d’ambiente, incroci, deduzioni, indizi, ipotesi buttate là. Si seppe poi che Bozzetti era un divoratore di gialli, e non c’era da stupirsene se nelle sue indagini, incentrate soprattutto sui poeti petrarchisti del Cinquecento, si muoveva come una specie di Maigret allampanato e malinconico. Era quel misto di lucidità folgorante, ironia stralunata, era la solitudine di quell’uomo enigmatico eppure sempre in dialogo, era quell’ossimoro vivente ad affascinare gli studenti. Sicché è giusto dire che a far scuola è stato lui, con la sua persona, più della sua bibliografia.
Con intelligenza, Vela legge nella scarsa quantità di pubblicazioni sfornate da Bozzetti (17 titoli in quasi cinquant’anni, dal 1950 al 1997) il desiderio chissà quanto consapevole di distillare il suo sapere e suggerire strade lasciando che fossero gli allievi a portare a fondo il percorso scientifico, a concludere con una tesi di laurea (l’elenco delle tesi è giustamente in appendice) e poi magari con un libro su nomi che arrivavano all’orecchio come oggetti misteriosi, quelli di Berardino Rota, Francesco Maria Molza, Bernardo Cappello, Girolamo Verità e di tanti altri su cui invitava a scavare. Intendiamoci, è lo stesso Vela a considerare quanto i pochi studi editi da Bozzetti siano stati determinanti nel rivedere le idee vulgate su grandi autori come Ariosto o Tasso. In realtà lo studioso, discepolo a Pavia di Lanfranco Caretti, e a Pisa di Giorgio Pasquali, aveva cominciato spaziando da Dante a Foscolo, a Manzoni e a Nievo. Il 1959 è stato l’anno di ben due volumi su Nievo e sul teatro del secondo Ottocento. Poi però è andato specializzandosi nella poesia tra Quattro e Cinquecento, e per trovare un volume curato da Bozzetti bisogna approdare al 1980, quando esce per la Fondazione Mondadori l’edizione critica delle rime di Galeazzo di Tarsia, punta d’iceberg di un’indagine senza precedenti nei codici e nella tradizione del petrarchismo.
Fu Vittore Branca a recensire sul «Corriere» quell’atteso canzoniere del barone calabrese dalla breve vita (1520-1553), innamorato di Vittoria Colonna, su cui Bozzetti aveva speso anni di studio a tappeto. Nella recensione di Branca non si sottolineava abbastanza quanto il filologo fosse riuscito a ricostruire, oltre ai debiti (ovvi) per la poesia petrarchesca, i contatti e gli scambi vivi con poeti contemporanei la cui memoria sarebbe andata del tutto perduta senza l’acribia laboriosa e microscopica di Bozzetti. In questo molto affine al suo amico e ammiratore Carlo Dionisotti.
Fu certamente un uomo d’altri tempi, Cesare Bozzetti detto il Boz, di quelli che non amano comparire, non soppesano i valori sulla quantità ma sulla qualità, non cercano la seduzione facile e potrebbero sottoscrivere la famosa frase di Gadda: «Per favore mi lasci nell’ombra». Incarnava la filologia non solo come pratica ma come abito morale. Il suo passato, sepolto sotto la «radicalità del silenzio», ne accresceva il carisma. Ora Vela ha scovato un documento del Cnl di Cremona datato 15 luglio 1945 dove si traccia per sommi capi la storia del Bozzetti partigiano che, chiamato alle armi alla fine del 1943 e arruolato nell’artiglieria di Alessandria, nel maggio 1944 disertò per aggregarsi alle forze della resistenza di Intra, sul Lago Maggiore, sfuggì al rastrellamento di giugno, e dopo essersi rifugiato a Milano riparò in val Seriana, dove dopo altre fughe fece parte del Cnl locale. Solo a Caretti avrebbe voluto raccontare, in una lettera non spedita del 1954, il dramma avvenuto in valle durante un rastrellamento dei tedeschi vissuto con due amici, Mauro e Giorgio. Furono catturati dalle SS, radunati in uno spiazzo nel bosco, riuscirono a fuggire. Si salvarono in due e scamparono a Milano, Giorgio, il più giovane e il più terrorizzato, morì.
I ricordi degli amici più giovani e dei colleghi coetanei sono spesso straordinari anche perché è straordinario il personaggio. Ma a commuovere è il racconto di Anna Ruchat, che lo accompagna fino agli ultimi giorni della malattia, quando il suo enigma si era fatto ancora più inafferrabile: «Schiacciato da una sua idea di responsabilità e dignità, temeva più di tutto di potersi indebitare con gli affetti e per questo respingeva chi era più disposto ad assisterlo e a stargli vicino».