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 2026  aprile 15 Mercoledì calendario

Intervista a Christian Greco

Tra Cheope e Djoser?
«Djoser, perché con lui e il suo architetto Imhotep nasce la prima costruzione in pietra del mondo».
E tra Ramses II e Tutankhamon?
«Tutankhamon, per empatia verso questo ragazzo così giovane schiacciato fra poteri forti. Il paradosso è che pur essendo il meno faraone dei faraoni, è il più conosciuto».
Per il ritrovamento della sua tomba?
«Sì, nel 1922: il sogno di ogni archeologo».
Riconcilia con l’umanità parlare con Christian Greco, 51 anni oggi (auguri!), dal 2014 direttore superstar del Museo Egizio. L’entusiasmo gli brilla negli occhi mentre sfoglia come fosse la reliquia di un santo il Wörterbuch der ägyptischen Sprache nell’edizione del 1955, il più accurato dizionario al mondo della lingua egizia antica. O quando ammette che nelle giornate difficili va a fare una passeggiata nella sala con la Tomba di Kha e di Merit: «Mi aiuta a ridimensionare ogni cosa e mi ricorda che ho scelto il mio mestiere per loro». Ci incontriamo in territorio straniero, vale a dire nel suo ufficio al quarto piano del Museo Egizio, dove ha sede il consolato olandese a Torino. Spiega: «Sono il console onorario e d’estate mi tocca rinnovare un bel po’ di passaporti».
È qui dal 2014, al terzo mandato. Vale anche per voi il limite dei governatori?
«No, perché siamo una fondazione di diritto privato e il ministero della Cultura è uno dei soci fondatori, con Comune, Regione, Fondazione Crt e Compagnia di San Paolo».
Lascerebbe il Museo Egizio solo per...?
«...due motivi. Il primo è un sogno: se mi pagassero solo per studiare e scrivere».
E l’altro?
«È un sogno altrettanto impossibile: per dirigere un grande museo universale, anzi, “enciclopedico”, come il Louvre, il Metropolitan, il British Museum».
Non ci andò vicino nel 2024, dopo le tensioni con la destra sulle sue capacità manageriali?
«In quel periodo risposi a due bandi e li vinsi, uno in America e uno in Europa. Ma non è mai stata mia intenzione lasciare Torino. Semmai non sembrava certo che potessi restare».
Non le piacerebbe dirigere nemmeno il Grande Museo Egizio del Cairo?
«Quello è proprio impossibile: per farlo bisogna essere egiziani, devi conoscere il contesto e il sistema».
È andato a visitarlo?
«Ne ho visto solo la metà. Mi mancano le nuove gallerie di Tutankhamon: spero di farcela a giugno».
Torniamo a Torino. Quante ore trascorre al museo?
«Tantissime. Arrivo tra le 9.30 e le 10, ma è rarissimo che riesca a uscire prima delle nove di sera. Abbiamo spesso eventi, convegni e una volta al mese c’è pure la “Passeggiata con il direttore”».
Le prossime sono già soldout. Prezzo equo: 50 euro.
«Mi è capitato di incontrare ragazzi che avevano preso il FlixBus dalla Sicilia».
In concreto, cosa fa un direttore?
«Risponde alle mail! Ne ricevo 600 al giorno: sono l’ultima cosa che guardo prima di dormire».

Chi le scrive?
«Sono mail interne o richieste di prestiti, conferenze, tesi da parte degli studenti».
Dove insegna?
«Sia in Italia che all’estero. Sono partite da qualche settimana le mie lezioni a Lucca, mentre tra fine maggio e i primi di giugno ho un corso ad Abu Dhabi con studenti di tutto il mondo, selezionati sul merito, con borsa di studio».
Gli studenti di un ateneo italiano protestarono con il rettore perché lei voleva che imparassero a leggere il tedesco. Come la risolse?
«Qualsiasi egittologo deve parlare l’inglese ed essere in grado di leggere francese e tedesco. A loro dissi: “Va benissimo se non volete imparare il tedesco. Vorrà dire che faremo la traduzione del geroglifico senza dizionario”».
La Fondazione Sant’Agata ha calcolato un impatto economico del Museo sulla città di 412 milioni di euro.
«Sì, nel 2024, e siamo molto orgogliosi. Al di là dei turisti, vorrei che i torinesi sentissero questo museo come il loro. E che magari tornassero a visitarlo, dopo esserci stati con la scuola da bambini».
Il record di visitatori?
«Nel 2025: 1.273.000, dopo la spinta del bicentenario celebrato nel 2024 con Mattarella. Quando arrivai, nel 2014, i visitatori erano 467 mila».

La premier Giorgia Meloni non è ancora venuta?
«Venne qualche anno fa...».
Quando protestò fuori dal museo accusandola di essere razzista nei confronti degli italiani per l’iniziativa «Fortunato chi parla arabo». Tornando indietro, la rifarebbe?
«Sì, e lo dico, appunto, senza rinnegarla: noi siamo debitori verso l’Egitto, è da lì che provengono i nostri reperti e dunque è giusto “restituire” qualcosa. Però sbagliai».
In che cosa?
«Anzitutto nel tempismo: il 2018 era l’anno delle elezioni. Non prenderei più iniziative così polarizzanti vicino al voto. Ma non fu l’unico errore».
Cos’altro?
«Peccai, forse, di hybris. Avrei dovuto coinvolgere associazionismo, scuole, università, Comune, Diocesi, senza così ritrovarmi da solo».
Ma poi, in quanti beneficiarono dell’ingresso gratuito?
«In 550 su un milione di visitatori... Tornando a Giorgia Meloni, mi piacerebbe davvero che venisse a trovarci, perché ascoltare un altro punto di vista significa uscire dalla comfort zone: è utile».
In definitiva è stato o no «razzista al contrario»?
«No. Cerchiamo di essere inclusivi con tutti. Prima di Natale, il Comune ci ha segnalato una serie di famiglie indigenti e le abbiamo invitate. Il Museo Egizio paga una somma annuale per l’accoglienza dei senzatetto. D’estate, ogni martedì, facciamo entrare gratis gli anziani che restano in città, e devo dirle che sono nati anche degli amori».
Ha avuto qualche impatto con l’Egitto la creazione della sala Giulio Regeni?
«La sala fu fatta dieci anni fa, subito dopo i tragici eventi che portarono alla scomparsa dello studente italiano, e non ha cambiato nulla. Abbiamo voluto ricordare con un’altra sala anche Khaled al-Assad, il custode di Palmira decapitato dai miliziani dell’Isis. Gli egizi dicevano: R sanch rn=sn djet neheh, fai in modo che il loro nome viva per sempre».
Conosce almeno 10 lingue. Quale parla meglio?
«L’olandese: ho vissuto nei Paesi Bassi per 17 anni».
Ma non si può sentire!
«Ovviamente l’italiano è la mia lingua madre, però io ho studiato Egittologia in Olanda: la grammatica e il gergo tecnico li ho imparati prima in olandese che in italiano».
Nel suo percorso sono stati importanti due prof del liceo.
«La professoressa di latino e greco, Mariangela Nicolli, e il professore di storia, Gianni Cazzola. Purtroppo sono mancati entrambi. Mi fecero innamorare dell’antichità».
Ha visto «La Mummia», con Tom Cruise?
«Mai visto un film di Tom Cruise sull’antico Egitto...».
Nemmeno Indiana Jones?
«Nemmeno. Cercherei gli errori, non riuscirei a rilassarmi».

Chiedevo della «Mummia» perché non ama il termine.
«Sarebbe più rispettoso parlare di “resti umani”
. L’etica della loro esposizione è un grande tema. Sono persone che come noi hanno vissuto, pianto, sofferto, riso. Stiamo cercando di sviluppare una nuova branca di studi per capire se questo tipo di museo possa aiutare chi sta affrontando un lutto».
Avete già dei riscontri?
«Una volta al mese accogliamo giovani Neet, che non studiano e non lavorano, e li formiamo per 4 settimane. Il loro unico obbligo, alla fine, è di fare un elaborato sull’esperienza. Una ragazza realizzò un video bellissimo sul papiro del Libro dei morti: le era servito per elaborare un lutto».
Cosa pensa degli studenti che imbrattano i capolavori?
«Non ho nessuna empatia. Capisco il loro grido, ma non si deve danneggiare il patrimonio culturale, che non è dello Stato, non è del direttore del Museo, non è del Museo: è la memoria di noi tutti».
È a favore del ritorno dei reperti nei Paesi di origine?
«Sì, se c’è la certezza che un patrimonio è uscito in modo illegale».
Quando ci sarà il biglietto gratuito per tutti?
«Quando si troveranno le risorse. L’italiano dona molto per le emergenze, per la ricerca in campo sanitario, meno in ambito culturale. Io sogno l’ingresso gratuito, con esperienze e servizi a pagamento».
Come va con la sindrome dell’impostore?
«Sempre peggio».
Ne soffre pure Evelina Christillin, presidente-Faraona. Un anno fa sul «Corriere» mi disse che la cosa di cui era più orgogliosa, tra quelle fatte al Museo Egizio, era di averla scelta come direttore.
«Le sono grato perché non si lasciò spaventare dalla manifesta diffidenza della nomenklatura torinese, che mi considerava troppo giovane: avevo 38 anni. Lei ebbe il coraggio e la volontà di scegliermi, ma anche di dire: “Se poi non va bene, tra un anno ce ne andiamo tutti e due”».
Siete ancora lì: Chris & Chris.
«Se ci fossero tante Eveline, nella nostra Italia le cose per i giovani andrebbero meglio».