Corriere della Sera, 15 aprile 2026
Crescono i posti nei nidi in Italia. In difficoltà chi ha un reddito basso
Crescono i posti negli asili nido italiani ma, nonostante gli sforzi fatti in questi anni, aumentano anche i divari territoriali e sociali. È il paradosso denunciato da uno studio della Fondazione Agnelli che mette a confronto il sistema educativo per la prima infanzia dell’Italia con altri quattro Paesi europei: Francia, Spagna, Germania e Regno Unito.
Nonostante i progressi registrati nell’ultimo decennio, da noi poco più di un bimbo su tre ha accesso al nido, contro il 55 per cento degli spagnoli e il 60 per cento dei francesi. Per riuscire almeno ad avvicinarci all’obiettivo europeo del 45 per cento entro il 2030, bisognerebbe cambiare prospettiva: puntare non solo ad aumentare i posti ma a disinnescare alcuni meccanismi che escludono interi pezzi del Paese dal servizio. Oltre alle disparità fra Centro-Nord e Sud, il rapporto evidenzia che solo il 30 per cento dei bambini provenienti da famiglie a basso reddito frequenta il nido contro la metà di quelli ad alto reddito. E il divario è addirittura aumentato passando dal 7,5 per cento nel 2005-6 al 19 nel 2023-4.
Eppure le ricerche internazionali sono concordi nel sostenere che la partecipazione a servizi educativi di qualità nella primissima infanzia può dare benefici su tutto il percorso di vita. E che l’effetto positivo è particolarmente marcato proprio per i bambini che provengono da situazioni di svantaggio.
Aumentare i posti a disposizione, come pure ha meritoriamente previsto il Pnrr con un occhio di riguardo al ritardo del Sud (dove i posti dovrebbero più che raddoppiare, anche se in Campania e Sicilia la copertura non supererà il 27 per cento), non è bastato a eliminare le barriere economiche e culturali che ostacolano l’accesso ai nidi.
A disincentivare le famiglie a basso reddito sono i costi: è vero che da qualche anno esiste un bonus asilo, ma la retta va comunque anticipata per essere rimborsata solo in un secondo momento. Anche la corsia preferenziale per le mamme che lavorano, misura volta a favorire la conciliazione, di fatto finisce per confermare lo svantaggio delle donne meno istruite che sono anche quelle con il più basso tasso di lavoratrici. Pesano anche i pregiudizi culturali che da noi sono particolarmente resistenti: più di un italiano su due concorda con l’affermazione che «un bambino in età prescolare soffre quando la madre lavora» (contro il 20 per cento degli inglesi, il 25 degli spagnoli, il 30 di francesi e tedeschi). Percentuale che schizza al 70 per cento fra le casalinghe.
A preoccupare gli esperti della la Fondazione è l’«effetto San Matteo» (versetto 25,29: «Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha»). «Un’espansione dei posti non basta a garantire una maggiore equità di accesso né a migliorare la qualità dei servizi», spiega il direttore Andrea Gavosto: «Occorrono politiche rivolte alla riduzione del gap fra congedo parentale e garanzia del posto e alla riduzione delle rette per i redditi bassi». Se davvero si vuole un sistema più giusto, insomma, l’accesso al nido non può più essere considerato solo come un servizio alle famiglie, ma come un diritto dei bambini.