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 2026  aprile 15 Mercoledì calendario

Felice Maniero parla del suo passato da una Rsa

In un angolo della sala, seduto come un soldatino, c’è un signore che fissa l’unico quadro. È magro, pallido, silenzioso. Lo chiamano con un nome da bambino e fino a qualche tempo fa pochi qui sapevano che quest’uomo dall’aria mite, in realtà, è lui: il superboss Felice Maniero.
«Il mondo – sussurra indicando il quadro – il vulcano, la lava, l’inferno…». Chi è l’omino rosso sotto il vulcano? «Io». Un’anima dannata? «Sì».
Lo sta dipingendo lui da qualche mese, un colpo di pennello al giorno, senza fretta. Maniero parla con un filo di voce, ogni tanto si alza e cammina lentamente e sembra possa cadere da un momento all’altro. Gli occhi sono carichi di malinconia, assorti in chissà quali pensieri. Di tanto in tanto accenna un sorriso guardando dalla finestra: «Bello qui». Ci sono degli alberi mossi dal vento.
Colpi e fughe da film
Insomma, niente a che fare con il Felice Maniero che trent’anni fa era stato sorpreso veloce e pimpante all’hotel Principe di Savoia, 5 stelle lusso di Milano, dove soggiornava per qualche giorno in barba alle prescrizioni di legge. «Felice Maniero?». «Chi sei tu?». «Giornalista». «Vieni con me», disse in un baleno conoscendo bene il rischio che stava correndo se la notizia fosse circolata. Quello era il Maniero dall’inconfondibile frangetta, l’espressione furba e il pensiero veloce che lo portò a decidere in pochi giorni di scrivere un libro autobiografico, «Una storia criminale», la storia cioè di un bandito diventato il capo indiscusso della Mala del Brenta, la più potente, feroce e sanguinaria organizzazione malavitosa mai esistita al Nord. Basti un numero: 400 uomini fra ladri, rapinatori, biscazzieri, sequestratori, spacciatori, trafficanti e anche assassini. Erano gli anni Ottanta e Novanta e i crimini di Faccia d’angelo riempivano le pagine della cronaca nera, soprattutto quando metteva a segno il grande colpo, specialità della casa. Qualche esempio? La rapina al Casinò di Venezia, bottino due miliardi lire, quella all’aeroporto Marco Polo, 170 chili d’oro, e quella all’hotel Des Bains del Lido, 53 cassette di sicurezza ripulite di gioielli e denaro. «No me interessava i schei, giuro, quelli entravano e uscivano e se qualcuno ne aveva bisogno glieli davo, anche perché non erano miei – racconta fra un silenzio e l’altro – No, mi piaceva la sfida, se vincevo. Il resto era noia». E poi le clamorose fughe dal carcere: da Fossombrone facendo scavare dall’esterno un tunnel nelle fogne lungo 600 metri che arrivava sotto il penitenziario in un punto concordato; e da Padova simulando un trasferimento da parte di quattro uomini vestiti da agenti e carabinieri, amici suoi.
«Non ti resta niente»
Del superboss è rimasto quest’uomo fragile, invecchiato ben oltre i suoi 71 anni, che ritroviamo in una casa di riposo di cui non possiamo dire alcunché per ragioni di sicurezza. È solo. «Non vedo più neppure i miei figli e questa è la cosa che più mi fa male, mi mancano tanto, li sento quando chiamo io e loro rispondono per forza». Non vede i figli, non vede l’ex compagna Marta ed è comprensibile visto che l’aveva denunciato per maltrattamenti. E non vede neppure la sorella Noretta, anche lei vittima delle sue intemperanze. C’era una donna, Monica, una sua ex, che si appalesava di tanto in tanto ma ora ha smesso pure lei. Il solo che passa a trovarlo è un giornalista, Maurizio Dianese, grande esperto di Mala del Brenta, che ha pubblicato di recente «Come me nessuno mai», libro nel quale parla anche quest’ultimo Maniero che sta lottando contro la depressione e una forma di demenza senile. Qui Faccia d’angelo gioca a carte, passeggia, tira frecce di plastica con un arco. E dipinge. «Nell’arte vedo uno sfogo», dice e mentre lo dice suona il braccialetto elettronico che porta al polso.
La studentessa morta
E pensare che un tempo lo sfogo erano le rapine, le Ferrari, la bella vita. «Se tornassi indietro però non rifarei il bandito... forse». Perché? «Non conviene, non ti resta niente». Nessuna questione morale: il bottino finisce, la vita costa e non conviene. «Ai ragazzi lo sconsiglio vivamente». Mentre consiglia l’arte che è sempre stata una sua passione. «Ecco, magari farei il mercante di quadri, in certi capolavori c’è una grandiosità… il Demoiselles d’Avignon del Moma di Picasso è grandissimo, le emarginate, i poveri». Si è sempre vantato di essere comunista spacciandosi per novello Robin Hood, di certo se avesse le energie dei trent’anni tenterebbe il colpaccio al Moma. Il curriculum c’è tutto: un Velasquez, un Correggio, un El Greco e due Guardi trafugati dalla pinacoteca di Modena. «Li ho restituiti in cambio di una liberazione». Nella sua personalissima galleria sono entrati anche un De Chirico e due autoritratti di Picasso e di Van Gogh. «Li prendevo e li mettevo da mia zia a Campolongo. Mi piaceva accarezzarli, anche se poi li usavo come merce di scambio. Uno l’ho restituito per la liberazione di mio cugino Giulio». E gli altri? «Non ho più niente». Cioè? «Sono all’estero, per i figli», aveva detto a Dianese. Boh. Pare che il Van Gogh l’avesse comprato all’asta per 650 milioni di lire quarant’anni fa. Ora varrà milioni di euro. «L’ho venduto». Non aggiunge altro, anche perché sa bene che tutto ciò che dichiara di possedere gli verrebbe sequestrato. Quindi, non si sa, e bisogna fare i conti con il fatto che la prodigiosa memoria di un tempo ora è quel che è, tanto che gli stanno nominando un amministratore di sostegno.
Dicono che abbia finito i soldi: «Non li ho finiti, ne ho meno», insorge con l’orgoglio del boss che non vuole riconoscere di essere finito sul lastrico. C’è ancora il tesoro di Maniero? «No, quello non c’è più». Erano una cinquantina di miliardi? «Nooo, meno, una trentina, ma non li contavo». Il più bel periodo della vita? «Quando facevo l’hippie in Inghilterra a 15 anni, zero schei, autostop, dormivo per strada e andavo a caccia dei Jethro Tull, dei Genesis, dei Black Sabbath. Paranoid, meraviglia. Per un annetto e mezzo sono sparito lì».
«L’amore? Uno solo»
E il più bel ricordo da boss? «La rapina al Casinò di Venezia, che colpo, che felicità, quel giorno li avevamo sbancati noi». Il più brutto? «La morte di mia mamma in novembre… e quella di Elena (sua figlia, morta suicida nel febbraio 2006, ndr), non saprei quale è peggio...». Silenzio, gli occhi si inumidiscono, scuote la testa. Si sente solo il rumore del vento.
Cambiamo discorso, con Marta com’è andata? «Sono tre anni che non la vedo… Finiti i lussi finito l’amore, ma con lei non è mai stato vero amore. L’unica donna di cui sono stato innamorato è un’altra. Si chiamava Barbara, morta in un incidente sul ponte della Libertà». Pentito di qualcosa? «Di qualche errore». Tipo? «Il furto del mento di Sant’Antonio, le reliquie non si toccano... e dell’assalto al treno dove morì la studentessa. Ho pagato troppo poco per la sua morte». Nessun pentimento invece per i sette omicidi che ha confessato: «Chi tradiva la banda pagava con la vita, era la nostra regola». Ora ha in piedi ancora due procedimenti, uno a Pisa per i maltrattamenti della sorella, la sola peraltro ad aiutarlo in questo periodo. E uno a Brescia per il fallimento della sua azienda di depurazione dell’acqua. Processi ai quali non è nelle condizioni di partecipare. «Non mi interessa». Chi è oggi Felice Maniero? «Quest’uomo che vedi, niente di speciale». Si alza aiutandosi con le mani, muove qualche passo, barcolla e se ne va.